Agli esordi del piccolo schermo, con un solo canale in bianco e nero, è una generazione di scrittori a confrontarsi con il nuovo mezzo. E a cercare di capirlo.

Ma proprio perché intendono sottoporla alla critica, i cosiddetti “uomini colti” non possono non riconoscere una realtà che esiste. Possono adoperare contro essa le armi più severe. Possono scrivere un altro Bouvard et Pécuchet (e aggiungerne un capitolo). Ma non devono, entro il presidio della loro cultura, non vedere ciò che nella televisione e attraverso la televisione succede intorno a noi.

G. Macchia, Gli anni dell’attesa

Curiosamente, la critica televisiva nasce e si afferma in Italia nel milieu della letteratura. Per almeno un decennio (dal finire degli anni Cinquanta fino ai tardi anni Sessanta) sono molti gli scrittori, i poeti e i letterati a cui viene affidata una rubrica di critica televisiva, su stampa quotidiana e riviste settimanali di varia tipologia: Achille Campanile, Gaio Fratini, Alfonso Gatto, Giovannino Guareschi, Luciano Bianciardi, Gabriele Baldini. In vasti settori del mondo editoriale e culturale, i primi passi mossi dalla tv sono accompagnati da sentimenti di sospetto e diffidenza: il piccolo schermo è visto come autentico condensato della cultura di massa a uso di un pubblico piccolo borghese, come uno spazio ibrido dove crollano le tradizionali divisioni dei campi delle arti (1) A. Grasso (a cura di), Schermi d’autore, Rai Eri, Roma 2002; A. Grasso, Storia della televisione italiana, Garzanti, Milano 2007; F. Colombo, La cultura sottile, Bompiani, Milano 2001. . Ecco allora che gli editori si trovano costretti a prendere una decisione: nell’impossibilità di ignorare il nuovo medium, di cui intuiscono le potenzialità di diffusione e impatto sociale, si tutelano affidando la costruzione di un pensiero intorno alla tv ai letterati, riconosciuti custodi di un modello di sapere tradizionale. Se l’oggetto della critica è considerato basso, privo di stile, addirittura pericoloso – da sinistra si valuta il piccolo schermo come uno strumento di alienazione e oppio dei popoli al pari della religione, da destra lo si legge sostanzialmente come un “divertimento da iloti” (2)Si veda il saggio del 1964 di G. Macchia, “Lo scrittore, la radio e la televisione”, in Id., Gli anni dell’attesa, Adelphi, Milano 1987, pp. 213-235. –, si cerca allora di nobilitarlo attraverso la personalità, l’originalità e lo stile degli scrittori. Alla metà degli anni Cinquanta, le caratteristiche stilistiche del medium e i suoi meccanismi linguistici sono ancora pressoché sconosciuti: la critica televisiva deve essere inventata dal niente. È per questo che, seguendo un percorso naturale e quasi scontato, nasce come emanazione diretta della letteratura.

Umberto Eco ha ricordato che il mestiere del critico si è da sempre esercitato su oggetti dall’indubbio valore artistico, come la letteratura e le arti visive(3) U. Eco, Criteri e funzioni della critica televisiva, Rai Eri, Torino 1973.. Ma nelle pagine delle prime rubriche televisive, il piccolo schermo non è mai descritto come arte: è pura tecnologia, un “medium senza contenuto”(4)R. Williams, Television. Technology and Cultural Form, Collins, London 1974; tr. it. Televisione. Tecnologia e forma culturale e altri scritti sulla tv, Editori Riuniti, Roma 2000. destinato a portare nelle case dei telespettatori il meglio della tradizione spettacolare passata (teatro, cinema, sport), rimediando, cioè aggiornando, telefono e radio (5)J. D. Bolter – R. Grusin, Remediation. Understanding New Media, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1999; tr. it. Remediation, Guerini e associati, Milano 2003.. Proprio perché la tv non è considerata arte, la prima generazione di critici cerca di recuperare l’aura caduta nella pozzanghera assegnandola non all’oggetto d’analisi, ma al punto di vista del recensore: un letterato, un poeta, uno scrittore.

I luoghi della critica

Quattro anni dopo l’inizio delle trasmissioni regolari, L’Europeo affida ad Achille Campanile la rubrica fissa di critica televisiva (di cui sarà titolare fino al 1975). Della tv e dei suoi meccanismi espressivi si conosce ancora poco, si procede per tentativi, ma di Campanile, che già sulle pagine de Il Giorno aveva dimostrato di saper tratteggiare con levità surreale una situazione, un personaggio curioso, s’intuisce la capacità di raccontare lo spazio strambo e mondano della tv. Circa negli stessi anni, dal 1959 al 1971, Luciano Bianciardi diventa “telespettatore professionista” e scrive più di seicento articoli di critica televisiva per diverse rubriche su L’Avanti!, Notizie letterarie, ABC, Le ore, Playman. Nei primi anni Sessanta, anche il settimanale domenicale di informazione culturale La Fiera letteraria inaugura uno spazio dedicato alla critica televisiva: dal 1962 al 1964 il titolare della rubrica è il poeta satirico e polemista Gaio Fratini (La settimana televisiva), cui subentra fino al dicembre 1965 il poeta Alfonso Gatto (Il Gatto in poltrona). Alla metà del decennio (1964-1968) Giovannino Guareschi viene incaricato di occuparsi di tv su Oggi Illustrato: ha a disposizione un’intera pagina, suddivisa in un lungo racconto che prende spunto dalla tv per abbozzare una critica sociale e di costume, nella Teleposta di Guareschi, in cui risponde ai suoi lettori commentando l’attualità televisiva più stringente, e nella vignetta umoristica dedicata al mondo della tv. Gabriele Baldini, noto anglista, docente universitario e traduttore di Shakespeare, ha infine redatto le sue “memorie d’uno spettatore deluso” per il Corriere della Sera e per Il mondo dal 1962 al 1966.

I luoghi da cui si esercita la “critica colta” sono così di natura molto varia: stampa non specializzata e riviste come La fiera letteraria, spazio di espressione privilegiato dell’élite intellettuale. Tra i critici scrittori, quello più anticonvenzionale è Bianciardi, che collabora con pubblicazioni percepite all’epoca come sconvenienti, emblematiche rappresentanti della cultura di massa e della società dei consumi. Soprattutto Playman, che, sul modello dell’americano Playboy, combinava l’ammiccamento al pornosoft e alla cultura (abbinando, per esempio, la playmate del mese a un intervento di Allen Ginsberg). Bianciardi, sempre controcorrente, sceglie di diventare forza lavoro proprio per quell’industria culturale bersaglio polemico dei suoi romanzi e di molti suoi articoli.

I critici e il medium

La critica all’industria culturale tende spesso a svalutare gli oggetti della sua analisi, a distanziarsene, incrinando la complicità tra recensore e opera d’arte; non è difficile trovarne conferma anche tra le righe delle recensioni degli scrittori in poltrona. A emergere è un atteggiamento comune, un vezzo diffuso: quello di non conoscere la tv, di guardarla solo per dovere, vantando un’estraneità al medium che arrivava perfino a coinvolgere il possesso del televisore. Valga per tutti la testimonianza di Fratini, che scriveva: “Il premio Alta infedeltà lo consegnerei a quel radicale critico di settimanali che ogni giovedì, prima di fare il ‘pezzo’, mi telefona per sapere se ho visto qualcosa. Lui ha l’apparecchio guasto, si rifiuta di chiamare il tecnico e di rinnovare l’abbonamento. ‘Non sarei più libero di scrivere quel che mi pare sui programmi televisivi’, mi confida”.

Se i primi, pionieristici discorsi storici e critici sul cinema erano stati guidati dal forte portato passionale che orientava gli studiosi, le prime critiche al piccolo schermo non manifestano mai sentimenti telefili. Scrive Guareschi: “L’umanità è terrorizzata dal pericolo della bomba atomica, ma il vero pericolo del secolo è la tv. Il bambino, invece di guardare il mondo, si abitua a guardare la tv che è tanto comoda perché porta il mondo in casa. Ma quale mondo? […] Ha detto bene chi ha chiamato la tv oppio dei popoli. Ma dico più giusto io quando affermo che la tv è la fabbrica dei cretini”. Per Bianciardi la tv è come “il convitato di pietra, incapace di prendere cibo, ma capace, nel suo silenzio, di uccidere. Il convitato serale di ogni famiglia italiana, anziché di pietra, è fatto di valvole, legno e vetro, è il televisore”. Questi toni di ostilità e sospetto raggiungono i tratti più aspri nelle definizioni che Baldini conia per la tv: “Strumento di singolare efficacia per la propagazione del gusto medio: eleva i non abbienti al rango di abbienti degradati”, “Nuovo repertorio di luoghi comuni, compresovi il Nuovissimo Dizionario delle idee ricevute, ad uso di analfabeti”, “Organo di repressione dell’attività fantastica”.

Per Baldini la tv non è mai un oggetto dotato di una sua specificità comunicativa: per questo le sue critiche non entrano mai nello specifico televisivo, esondando continuamente nella dimensione teatrale e soprattutto cinematografica: “Fra gli uffici cui la televisione si presta bene, c’è quello – mi sembra – d’una sorta di archivio, o addirittura museo, per la storia del cinema”. Per tutti gli altri invece, lo specifico della tv consiste nell’isocronia, nella possibilità di annullare la distanza spazio-temporale e trasmettere in diretta. Campanile: “Il primo requisito televisivo è l’immediatezza; l’essere una cosa trasmessa quando si svolge”; Gatto: “Chiediamo al video soltanto notizie e cronache che si vanno facendo sotto i nostri occhi. Sono questi, anzi, gli avvenimenti che preferiamo e per i quali, in rapporto alla distanza dalla quale stiamo aspettando, ci appare necessario e indispensabile l’eccezionale mezzo di comunicazione, altrimenti ridotto a ripetitore di spettacoli che potremmo vedere altrove”; Bianciardi: “La televisione era se stessa, vale a dire ci dava la contemporaneità d’un avvenimento”.

I critici e lo stile

Dalle pagine che i critici scrittori dedicano alla tv emerge chiaramente la loro visione sul nuovo medium. Ma come concepiscono il loro lavoro di recensori? Ad accomunarli è la tendenza a proiettare l’ombra del loro stile letterario sulla critica al piccolo schermo. Prendiamo il poeta Alfonso Gatto: se il titolo della sua rubrica suggerisce l’immagine del poeta che abbandona la sua veste da intellettuale e assume di fronte al piccolo schermo l’attitudine bonaria e familiare del telespettatore medio, la struttura delle sue recensioni dimostra il contrario. La tv, universo popolare e dimesso, viene elevata al livello della poesia e ogni programma recensito diventa l’occasione per una digressione colta, uno spunto lirico: “I fantasmi sono di scena. Non meraviglia che essi possano apparire dal grigio fluido e luminoso, dai disseminati puntini del video in cui a poco a poco prende corpo l’immagine. Meraviglia invece che, nel momento di far girare l’interruttore, quasi mai pensiamo d’essere intermediari tra il visibile e l’invisibile, di pescare nel regno delle ombre”.

Lo stile di Campanile potrebbe essere definito prendendo in prestito due modelli individuati da Cesare Segre: il “critico pavone”, per cui l’opera è un “pretesto per le invenzioni in cui sfoggiare i colori della propria fantasia(6)C. Segre, Ritorno alla critica, Einaudi, Torino 2001, p. 89. e il “critico camaleonte”, che imita lo stile e il modo di esporre del testo con cui si confronta. Due esempi su tutti: Alla ricerca di polli guasti nelle regioni tropicali, dedicato alla celebre inchiesta di Soldati sulle rive del Po: “L’intervista procedeva con pause pensose: ‘Lei la mangia personalmente la pasta?’ ‘Sì’. ‘Quante volte alla settimana?’ ‘Tutti i giorni’. [(Sfido, la fabbrica)]”. E poi L’enciclopedia della televisione: “Festival – Parola di incerta etimologia. Si sa soltanto che fe significa: ‘rottura di’. Indice di gradimento – Eufemismo per indicare le telefonate ingiuriose che arrivano alla tv. Orsomando Nicoletta – A dir le sue virtù, basta un sorriso. Come tutte le sue colleghe annunciatrici della tv italiana ha un senso dell’umorismo talmente spiccato che la induce a sorridere per frasi come: ‘L’inizio del secondo atto avrà luogo fra otto minuti circa’. Sentenze di Cutolo – Da Una risposta per voi: leggendo I Cosacchi di Tolstoi, specie la seconda parte, si diventa ‘cosacchi’. Lettura sconsigliata a Cutolo: L’idiota di Dostoievski”.

Anche per Guareschi la critica alla tv è un esercizio di ironia, ma pure un pretesto narrativo: i suoi racconti per Oggi illustrato tratteggiano una saga familiare che è il condensato di tutto il suo mondo, letterario e biografico. Immagina per sé un alter ego, la giovane domestica Gio’, proiettando su di lei il piacere dei consumi televisivi più popolari con un tono di bonario paternalismo: “Tu, Gio’, leggi soltanto i pettegolezzi sulle dive e non sai, per esempio, i risultati terrificanti di una inchiesta condotta in Inghilterra: un inglese nato nel 1960 e che arrivasse a 75 anni, passerebbe ben undici anni della sua vita davanti al televisore”. Lo sguardo sulla tv è soprattutto l’occasione per una critica alla società dei consumi e alla modernizzazione del paese, per una difesa della vita campagnola contro gli stili di vita urbani: “Dopo aver lavorato anni ed anni per ottenere l’autosufficienza alimentare, oggi sulla mia tavola compaiono soltanto verdure, carni e salse in scatola, brodi di dadi, insaccati industriali, margarina e via discorrendo. E quando Gio’ mi mette davanti un super brodo o una super minestra prefabbricati, si stupisce tremendamente di non vedermi sorridere beato e di non sentirmi esclamare raggiante, come succede alla tv: ‘Che bontà! Che squisitezza!’. E si capisce dalla luce sinistra che brilla nei suoi occhi che, quando mi versa con le sue mani morbide come quelle di una bimba un bicchiere di vino sintetico, mi romperebbe volentieri la bottiglia sulla mia stupida testa, resa repellente dal mancato uso della indispensabile Brillantina Spray”. Gio’ racconta di come la tv intervenga negli anni Sessanta a modificare i rapporti familiari, portando in primo piano le differenze generazionali, evidenti soprattutto nel contesto dei consumi culturali. Anche Bianciardi riconosce nel “caminetto dei nostri tempi” uno straordinario strumento di mutamento socio-culturale: “Preferite il frigorifero o la televisione? Risposta quasi generale: meglio tutti e due, ma prima la televisione […]. La televisione accelera i processi di trasformazione culturale già in atto”.

Fratini è il critico che ha più colto la natura ibrida dello spazio televisivo (“Il video è una specie di mercatino delle pulci dove puoi trovare di tutto”) adeguando mimeticamente il suo stile al flusso indistinto del tubo catodico, che lo porta a parlare di gambe (delle icone mediali Kessler) e poesia con uguale naturalezza, perché “un paio di gambe, anche a 19 pollici, valgono molto di più di un Gogol affidato ai ‘Nuovi’ del regista Morandi”.

Il percorso di istituzionalizzazione della critica passa anche attraverso la forte affermazione della sua legittimità come disciplina, anche in risposta alle proteste dei personaggi televisivi alle recensioni degli scrittori in poltrona. Guareschi: “Se un cantante o un’attrice si presentano al pubblico ogni momento dagli schermi, dai teleschermi, dai rotocalchi, è fatale che qualcuno dica: ‘Non mi va. Preferisco la Tale’. Neppure qui è cattiveria, ma un sacrosanto diritto”; Campanile: “Ormai è diventato un fatto consueto polemizzare dal video con giornalisti che si occupano di tv”.

Orientare il gusto?

L’esperienza televisiva, dominata dalla logica del flusso, fa sì che le recensioni al piccolo schermo vivano nell’impossibilità di orientare i consumi del pubblico. Il lavoro dei critici scrittori, basato sullo stile e sulla personalità dei recensori, si propone però di orientare, se non i consumi, almeno il gusto dei lettori. È così che Campanile, tra il serio e il faceto, segnala Campanile Sera come la più importante rubrica culturale trasmessa in tv: “Prendiamo Campanile Sera. Più e meglio dell’inchiesta di Soldati e Zavattini, Chi legge?, una risposta a questo angoscioso interrogativo che travaglia tutti gli italiani l’ha data e continua a darla questa rubrica”. I pezzi di Bianciardi dimostrano una missione in più, quella di svelare i meccanismi televisivi più profondi, cercando di rivolgersi a un pubblico sempre più radicato e disperso per spronarlo alla ribellione dalla società dei consumi: “Anche la protesta è una merce. Insomma, i giovani, e non solo quelli garruli di Bandiera gialla, subiscono questa società e non la modificano. Anche quando hanno gli occhi a mandorla e si fanno chiamare ‘guardie rosse’ e diventano, senza avvedersene, consumatori di ideologia e massa di manovra nelle mani di chi fa la politica”.

I critici scrittori selezionano i programmi da recensire in base al gusto personale, all’interesse per un personaggio o un tema che ha colpito la loro immaginazione. Sfogliando le pagine dei loro articoli, spiccano tuttavia degli eventi che polarizzano l’attenzione di tutti e filtrano l’immagine di un’intera nazione. Il fenomeno dei Beatles, che Guareschi, suscitando le ire di Gio’, commenta così: “La tv italiana, a una sola settimana di distanza dalla tv svizzera, mandò in onda l’esibizione dei Beatles. Imprudentemente alla fine dell’esibizione, mi scappò detto a Margherita: ‘Sudano meravigliosamente bene. Peccato che abbiano rovinato lo spettacolo cantando’”. L’allunaggio, che spinge Bianciardi a formulare un cupo presagio: “Questa luna che un tempo posava quieta sopra i tetti, ora è distante trecentocinquantamila chilometri, ora è brutta, immonda, morta, e ci hanno messo il piede sopra due terrestri dai capelli tagliati corti, proprio come i marines che perdono la guerra nel Vietnam”. E infine l’icona mediale per eccellenza, Mike Bongiorno. Di lui Campanile scrive: “Nato a Milano il 26 novembre 1955 (prima puntata di Lascia o raddoppia). Famoso per le domande che rivolgeva ai concorrenti durante la conversazione preliminare. A una concorrente che lavorava in biancheria intima per signora, domandò: ‘È un articolo che va molto, oggi? (immaginando, evidentemente, che le signore un tempo andassero in giro senza mutande, o che ci vadano oggi)’”. E Gatto: “Mike Bongiorno meritava il successo che ha avuto proprio in virtù del suo schietto, lampante grigiore”.

Gli scrittori prestati alla critica tv rappresentano così un punto di osservazione privilegiato su due decenni cruciali per il piccolo schermo, raccontandone i programmi e i personaggi che ne hanno segnato la storia e aprendo per il lettore una finestra affacciata su un universo di poesia e cultura. Ma il catalogo dei critici scrittori si propone anche come stimolo per una riflessione più ampia nel territorio della storia culturale nazionale, coinvolgendo il contributo che la critica colta ha portato ai processi di istituzionalizzazione della televisione.