Continua il florilegio delle eccellenze nella critica televisiva delle origini. E si prosegue con Gatto e Guareschi, Fratini e Baldini, altri scrittori prestati alla tv.

“Rancore” sui teleschermi

Gaio Fratini

La Fiera letteraria, 14 ottobre 1962.

Guido Guarda, un pioniere del video, mi parla del suo archivio, del grosso materiale bibliografico raccolto sui programmi televisivi. Tra libri, numeri speciali, atti di congressi, di seminari, di dibattiti, siamo arrivati, solo in Italia, a circa un migliaio di pubblicazioni. E questo in meno di sette anni […].

Inoltre numerosi periodici italiani hanno dedicato ai problemi della tv numerosi speciali, come Il ponte, Passato e presente, Filmcritica, Nord e sud, Comunità. Ma a dimostrazione di quanto il video stia diventando obbligatoria minestra della conventuale cultura di casa nostra (e chi poi si rifiuti di mangiarla rischia poi di saltar la finestra) segnalo il numero speciale della rivista Pirelli che comprende saggi di Visalberghi, Origlia (giugno 1961), Kesich, Jemolo, Eco, Gabriele Baldini, Adriano Bellotto, Mauro Calamandrei ed altri. Qualcuno di loro, come il Baldini, non aveva dodici mesi fa ancora la televisione. E se ben ricordo anche io ero nella stessa condizione, ma poi dovetti pagarla cara e in pochi giorni fui trasformato in uno specialista di Carosello.

Ora io dovrei studiare non soltanto, come l’Adorno, gli effetti della tv sul pubblico, ma quelli più interessanti della tv sul poeta e sul saggista. Il saggio del Tarroni (Quali interessi suscita la tv nei ragazzi, «Ragazzi d’oggi», 1956) potrebbe trasformarsi agevolmente in uno studio sulla psicologia del poeta davanti ai teleschermi e della sua progressiva intelligenza con il nemico.

E come salvarsi dai questionari? Durante un’inchiesta che il Radiocorriere ha svolto mesi fa tra i critici televisivi mi venne chiesto a bruciapelo: «Come può la critica tener conto insieme dei desideri del pubblico più largo e di quello ristretto e più colto?». Risposta: «Cercando di conciliare la gambe delle Kessler con il viso ispirato di Sinisgalli, Sergio Zavoli (l’intellettuale dei poveri) con Luigi Silori (il Bongiorno dei ricchi). L’importante è parlare di gambe e di poesia con la medesima naturalezza. Far capire che un paio di gambe, anche a 19 pollici, valgono molto di più di un Gogol affidato ai “Nuovi” del regista Morandi» […].

Io che non ho alcuna fede nella tv di domani (e che pavento il giorno in cui Tortora parlerà a colori) mi limito, ogni sera, a sfogliare il video come un giornale che brucia in fretta. Nella storia della televisione mondiale, come ha scritto un critico ammazza-Cetra recensendo un «servizio» di Enzo Biagi, non resterà che un po’ di Trabert contro Olmedo, un po’ di Altafini e un po’ di Berruti. E quale più atroce anacronismo che recensire l’unica realtà viva della televisione, diventare insomma lo storico di questa attualità? Di accattivante, l’altra settimana, non ho visto che i campionati tennistici tra professionisti, a Torino. Avrei sacrificato Giovanna D’Arco di Dreyer (tanto sul piccolo schermo è tutt’altra cosa) per seguire sull’altro canale (intellettualissimo «secondo») le mirabili volées di Trabert ed Olmedo. A riammirarle, fra vent’anni, dirò con un pizzico di retorica televisiva che non guasta mai: «Quando il tennis non sapeva parlare».

«Arriveremo un giorno alla ipnosi da televisione?» si domanda Adriano Bellotto (La televisione inutile, pag. II). «Lo spillo che pungerà e farà addormentare nel bosco la Bella di domani sarà il filo di un’antenna televisiva?».

L’autore ricorda che Larry Sigel in un racconto fantascientifico dedicato alle Gioie della televisione prevede per l’anno Duemila un triste destino per i telespettatori: «Dan Occhio di Civetta, con un primato di dieci ore di ascolto tv quotidiano, diventa il più grande Telespettatore del mondo, dopo aver trionfato su due temibili concorrenti: un giovanotto del Bronx, rimasto in casa davanti al video per cinque anni, ed una massaia, Vera la Visionaria, che sapeva a memoria nome età e luogo natale di nove stelle tv su dieci».

I poeti del Duemila, per contemplare Venere e l’Orsa Maggiore, non si sdraieranno più sulla terra, lo sguardo al cielo alla maniera di Mario Tobino.

Basterà premere un tasto e gli astri verranno a domicilio, a chiudersi finalmente in questa portatile cassetta delle immagini. Le vie, gli stadi, le spiagge andranno pullulando di televisori a transistor. E gli uomini si sentiranno tanto poveri avendo due occhi soli, e sempre arrossati e stanchi. Poi una sera, sul dodicesimo «canale», ci sarà un dibattito (in latino) sull’opportunità o meno di abolire dalle scuole la lingua italiana.

 

Troppe parole

Alfonso Gatto

La Fiera letteraria, 28 marzo 1965.

Un grande avvenimento umano e due grandi avvenimenti sportivi hanno fatto programma, come si dice, confermando che la tv non ha solo il merito di averci rivelato Mike Bongiorno e le sorelline Kessler (Dio le benedica!), ma anche la grazia e il dono di metterci faccia a faccia col miracolo. Consentitemi di credere miracolo la capriola nello spazio cosmico di Alexei Leonov, un miracolo compiuto davanti a milioni d’occhi di milioni di persone, unite dall’ansia comune e da una comune civiltà.

Per questi “spettacoli” dovrebbero tacere le parole, e invece abbondano. Si direbbe che per il fatto stesso di giungere tardi o dopo sugli avvenimenti che al video hanno parlato da sé, il cronista non abbia più nulla da dire: invece, incalza con la sua voce, improvvisa commenti, riepiloga il passato nel farsi stesso del presente che dovrebbe spedirlo in soffitta: in chiare lettere, è pagato per disturbare.

Da noi – non so negli altri Paesi – i cronisti e gli inviati dalla penna facile non si rassegnano a vedersi superati dagli avvenimenti, anche se la tv quasi sempre li aiuta lasciandoci a bocca asciutta per le notizie che potremmo “vedere” senza altre parole. Ogni mattina leggiamo giornali già vecchi, indugiando a considerare come il finale della “Sanremo” o l’epica partita fra il “Real Madrid” e il “Benfica”, visti coi nostri occhi, rivivano pallidamente nella prosa degli inviati e dei cronisti.

Sia pure con cortese prudenza, dobbiamo spingerci a considerare come gli informatori si ostinino a rimanere gli stessi di cinquanta o di trent’anni fa. Allora, essi avevano il privilegio di giungere primi sulla notizia e di vedere per noi: oggi, giungono in ritardo e quasi sempre vedono peggio. Siamo stati “suiveurs” anche noi per poter francamente dire che, spesso, nei “giri” e nei “tours”, riuscivamo a sapere qualcosa di quel che stava accadendo soltanto attraverso la radiolina di bordo: impediti a essere avanti o dietro i primi in fuga, accodati alle macchine dei direttori di corsa e alle ammiraglie, dovevamo apprendere per sentito dire: per informare, dovevamo essere informati.

È certo che il finale della “Sanremo”, con Balmamion, con Balmamion-Adorni, e infine con Balmamion-Adorni-Den Hartog, l’abbiamo visto meglio noi che gli inviati, spediti a raccontarlo. Tuttavia essi ce l’hanno raccontato. Meglio ancora l’avremmo visto se Dezan e Ambrosini fossero apparsi meno sul video a impartire lezioni di storia e a commentare il passato. Ci sembrava che le loro parole rompessero il silenzio nel quale avremmo potuto udire il fruscio delle gomme e lo scricchiolìo della ghiaia sulla salita del Poggio.

Così, per la partita fra il “Real Madrid” e il “Benfica”, la voce di Carosio, per noi cara e familiare come la voce di una mamma-domenica, era di troppo nel sottolineare il miglior gioco di squadra dei portoghesi che, in realtà, giocavano peggio avendo per alleati la propria fortuna e le disgrazie degli avversari. Ma il nostro caro amico telecronista aveva il cuore gonfio per l’amarezza della partita di Amburgo nella quale avevamo rimediato col pareggio fischi e disdoro: un incontro da guardare ad occhi chiusi, veramente. Carosio doveva sfogarsi e in tal modo egli interpretava il dispetto di tutti nel dirci: “guardate come si gioca o come si dovrebbe giocare!”. Ma perché non dirlo all’orecchio del piccioletto Fabbri e di tutti i maghi e i magoghi che da mesi e mesi aspettano la caduta del “Milan”, l’unica squadra nostra che sappia giocare come il “Real” o il “Benfica”?

Lasciamo perdere, lasciamo correre. E ringraziamo piuttosto la tv che in pochi giorni ci ha fatto vedere direttamente qualcosa ripagandosi prontamente con le puntate del documentario sul ferro (ma Rossellini è un “maestro” che tramanda il titolo, dicono i cronisti), con lo show della nostalgia, con le commediole di archivio, tipo “Sabrina”. L’aver preso parte al miracolo cosmico di Alexei Leonov ci ripaga del tritello setacciato dai programmisti del primo e del secondo canale. Ma è triste ricadere dallo spazio delle grandi avventure nel pentolone di un festival europeo ove bollono primavere, amori, nostalgie e “per sempre” e “mai più” in tutte le lingue: questa è veramente l’Europa unita degli imbecilli.

Chi tocca i cantanti muore fulminato

Giovannino Guareschi

Oggi illustrato, 18 febbraio 1965.

È stata una settimana dura, perché si trattava della settimana di «depressione post-festivalizia». Depressione avvertita non tanto da mia moglie Margherita e me, quanto dalla domestica Gio’.

E Gio’ è importantissima.

Io ho una lunga esperienza di giornalista e di scrittore: quindi so perfettamente manovrare una lavatrice, una lucidatrice, un battitappeti, un aspirapolvere, una lavastoviglie, un tritacarne, un forno elettrico, una macchina per la pasta, una grattugia, un frullatore, una macchina per stirare. Sono in grado di smontare un mobile, di riparare un impianto elettrico, un bruciatore di nafta, di sistemare un rubinetto, di ricucirmi bottoni e non ignoro i principi base della smacchiatura e del rammendo. Inoltre sono in grado di ritinteggiare una stanza, di rimettere un cristallo a una finestra, di arrotare un coltello, di eseguire interessanti lavori di falegnameria, di muratura e di meccanica domestica in genere. Posso validamente rimestare per i 45 minuti regolamentari una polenta, fare una pizza, dei tortellini con ricotta, un ragù e via discorrendo.

Però una domestica è necessaria in casa perché, per quanto io sia domestico, Margherita non potrebbe mai rimproverarmi d’essere ben diverso dalle ragazze dei suoi tempi, cosa che con Gio’ può fare. Con Gio’ può dire: «Quando avevo la tua età, io, senza macchina, lavavo settantacinque piatti in ventisei minuti». Con me non può dirlo perché io all’età di Gio’ mi occupavo – e più d’una volta assieme a Margherita – di faccende completamente diverse.

Quindi Margherita, vedendo Gio’ sfiancata dalla «depressione post-festivalizia», si preoccupò.

«Giovannino», mi disse (a chi si stupisce che io, alla rispettabile età di 56 anni persista nel chiamarmi Giovannino, rispondo che Franklin, alla rispettabilissima età di 84 anni, si faceva ancora chiamare Beniamino, ed era una persona assai più seria e importante di me). «Giovannino», mi disse Margherita, «bisogna fare qualcosa per quella ragazza. Il Festival di Sanremo le ha tolto la fede nella tv e nell’avvenire».

«E che cosa c’entra la tv col Festival?», obiettai. «La tv si è limitata a metterlo in onda».

«Mbe’», rispose Margherita. «Sai com’è».

Non le dissi niente perché, proprio poche ore prima, avevo visto e sentito al telegiornale il signor Sergio Pugliese, Altissimo Funzionario della RAI-TV, parlare a un consesso internazionale di dirigenti tv e iniziare il suo discorsetto con uno smagliante «Mbe’…». Così m’ero reso contro che si tratta di direttive statali.

Quindi mi allineai e, affrontata la ragazza, le dissi:

«Mbe’… se ti telefonano una cattiva notizia te la prendi con il telefono?».

«No di certo», rispose Gio’.

«E allora perché te la prendi con la tv se ha messo in onda un cattivo Festival? Che colpa ha la tv se, nella partita di calcio trasmessa domenica, ha vinto il Bologna invece del Genova?».

La indussi, così, a riaccostarsi al teleschermo e fu, ripeto, una dura settimana perché incominciò con la riesumazione del cadavere di Malombra, il film del famoso letterato-regista-gastronomo che ha scoperto la salama ed è andato a cercare i cibi tipici e genuini nei grandi complessi industriali dove si fabbrica e si lavora la carne suina.

Per fortuna Il massacro di Fort Apache risollevò il morale di Gio’, ma la terza puntata dei Capostipiti la fece ripiombare nella depressione. Questo a causa della rapida teleinchiesta condotta da Enzo Tortora a Pomponesco, per rievocare la prima fanciullezza di Achille Togliani.

Per me, quello era un pezzo delizioso perché soffuso di sottile, intelligente e cordiale ironia. Ma Gio’ stabilì che i cantanti di musica leggera non sono da prendere sottogamba e qualificò la trovata come «irriverente».

In compenso, qualche brava signora (come già fece quella che trovò «scandalosa» la sostituzione del nome di Rabagliati a quello di Giusti operato, per gioco, da Tortora in una strada milanese) scriverà una indignatissima lettera ai giornali per dire che non si debbono mitizzare dei semplici canzonettisti fino a farne personaggi di portata storica degni di rievocazioni come quella dei primi anni di Togliani a Pomponesco.

L’ironia è pericolosissima: presuppone che chi legge un foglio stampato o guarda o ascolta ciò che accade su uno schermo, un teleschermo o un palcoscenico possegga senso critico e sia disposto a farne uso.

Settimana dura, dunque: io puntavo maledettamente sulla nuova Fiera dei sogni e neppure questa importante manifestazione riuscì a rasserenare Gio’.

Soltanto Bobby Solo che si presentò in divisa da bulletto «jaguarista» riuscì a commuovere Gio’. E ciò principalmente per i pantaloni neri aderentissimi, il giaccone in morbido velluto con bavero rialzato, la maglietta collo alto e tanti e poi tanti di quei capelli luccicanti che sarebbero bastati a fornire ampio materiale per almeno dodici Caroselli della brillantina spray.

Sacha Distel lasciò indifferente Gio’: ciò perché imprudentemente Sacha, pochi giorni prima, aveva rilasciato a uno dei giornali che Gio’ legge una dichiarazione tendente a presentare come semplice «flirt» la sua relazione con Brigitte Bardot.

«A me interessano i grandi amori», disse Gio’ a questo proposito. «Io, coi “flirts”, ci faccio la birra».

La deluse Timi Yuro perché si limitò a cantare con la fresca e limpida voce di Armstrong, senza però picchiarsi le robuste pacche sul sedere, che le procurarono a Sanremo il titolo di «vincitrice morale», più un contratto a un milione per sera con un locale torinese sito, evidentemente, in zona extracongiunturale. Più proposte colossali dal cinema e dalla tv.

Non garbarono a Gio’ i quattro Gufi, forse per le loro spettrali facce da cabarettisti macabro-sociali; forse per la loro troppo originale divisa basata sull’ardito contrasto maglione-bombetta. Divisa che, pare, i «canzonieri» francesi adottarono in segno di lutto all’indomani di Waterloo (1815).

E neppure fu commossa dal fatto che Mike, mentre con ardita azione antirazzista ha introdotto nel cast della Fiera una ragazza negra, con ammirevole «self control» (da non confondere col «selz control» che assieme al bisticcio «Gramatica-grammatica», costituì la battuta più originale ed esilarante della serata) è riuscito anche stavolta a non dire, durante la presentazione, una sola parola spiritosa. Eccezion fatta per il suo nuovo «leit motiv» «Allegria» che fa tanta tristezza.

Delusa anche da Mike, Gio’ è arrivata in condizioni preoccupanti al sabato. Ma io qui l’aspettavo al varco col mio colpo segreto:

«Gio’, con cinquemila lire ho fatto modificare l’antenna e, se non c’è niente che t’interessa nel primo e nel secondo, puoi ripiegare sul terzo canale. Quello della tv svizzera».

Margherita si preoccupò.

«Ma si può ricevere?».

«Magnificamente, come vedi, le risposi schiacciando il tasto giusto».

«Intendevo dire se è permesso ricevere o se si tratta di una faccenda pericolosa e clandestina come per Radio Londra in tempo di guerra».

«No Margherita», la rassicurai. «Tutto è regolare e legale. Attraverso l’ente italiano parastatale che ha il monopolio della pubblicità radiotelevisiva italiana, la tv svizzera è collegata con la televisione di Stato italiana. E la sigla TVS significa così ugualmente TV Svizzera o TV Sipra perché è appunto attraverso il nostro Ente pubblicitario che chi vuol fare pubblicità sulla tv svizzera deve passare. Quindi anche tu puoi praticamente considerare la TVS come terzo canale italiano. E Gio’ può assistere nell’ordine e nella legalità al Festival Eurovisivo di Locarno».

La Gio’, davanti alla possibilità di televedere un Festival di consolazione, troncò ogni contatto con il mondo circostante.

Fu una cosa rapida presentata pulitamente da Mascia Cantoni, una presentatrice bella e simpatica che (a differenza di troppe presentatrici italiane) non si comporta come se fosse lei il perno del mondo e come se ogni sua parola fosse un messaggio diretto all’umanità o una grazia regalmente concessa al popolo.

La migliore delle sei canzoni (che poi rappresenterà la Svizzera al Festival Eurovisivo di Napoli) era quella cantata da Wilma Goich e intitolata Un bacio sulle dita. La giuria ha assegnato, invece, il premio a una canzone cantata in francese da una greca, certa Yvoanna d’incerta voce.

«Tutto il mondo è Sanremo», osservò Gio’. «Con la differenza, però, che qui le sei canzoni finaliste erano per cinque sesti buone, mentre le dodici finaliste di Sanremo erano per dodici dodicesimi cattive».

Gio’ rifiutò di televedere i 15 minuti con Nunzio Rotondo.

«Sono troppi», disse. «E poi i suonatori del jazz freddo hanno tutti le stesse facce sconsolate e continuano a suonare e risuonare la stessa lagna che si passano l’uno all’altro e la ricucinano negli “a solo”, ma rimane sempre lo stesso osso. Oltre al resto, queste celebrità come Timotea Iuro, Rotondo, eccetera, sono bravissime all’estero dove fanno impazzire la gente, ma in Italia non funzionano».

Gio’ andò a letto sbadigliando.

Fu, dicevamo, una settimana dura e l’unico avvenimento televisivo positivo rimase la fine di Gianburrasca che, naufragando nella noia, lasciò sul video macchie di muffa e di pomodoro.

In preparazione Pinocchio, con probabilità di ammirare, nella parte appunto di Pinocchio, la cantante sociale Maria Monti.

Allegria! Direbbe Mike.

(Che, poi, è semplicemente la traduzione italiana del famosissimo e milanesissimo «Alègher!»).

La processione arroventata

Gabriele Baldini

Il Mondo, luglio 1962.

«Saporose formaggette furon reclamizzate ieri sera, alla trasmissione vespertina in modo che mi parve né degno né accattivante: vuoi per lì insistenza uggiosa, con la quale s’alternavano i sordi buchi del groviera, vuoi per la petulanza de’ pensieri espressi. Più proficua, se non vado errato, mi parve la réclame del brodo di pollo…» (Settimana Radio, IX, 24, p. 17).

Così, seguitando nell’umore della parodia dello stile di queste mie note, m’ha rifatto il verso il popolare presentatore Enzo Tortora. Non posso dire di non essere lusingato. Coltivata, come ho sempre, l’ambizione appena dei “venticinque lettori”, il sentirmi sbalzato alla quota della celebrità del Tortora, e addirittura essere oggetto d’un regalo così splendido come ha sempre da essere una parodia, vale a eccitare, per ora, solo la gratitudine. Né questa, debbo dire, si sente in alcun modo attenuata dalla mortificazione di vedermi malamente specchiato in una vignetta, pubblicata insieme allo scritto, che mi raffigura, davvero, troppo più vecchio e grasso e bolso di quanto sono, e da certe citazioni inesatte di un mio scritto che, come la vignetta, distorcono di troppo quel ch’io m’intendevo. E tuttavia, il piacere di leggere la parodia di me è troppo più grande del disappunto di sentirmi frainteso.

Lo scritto del Tortora, tra l’altro, attira la mia attenzione sul problema della pubblicità televisiva, un problema da me finora affatto trascurato. Si tratta, per l’appunto, di quella parte dei programmi che, non appena s’annuncia, subito mi provoca a girar la chiavetta: quelle poche volte, infatti, che sono stato costretto a guardare, ho dovuto riconoscere come soprattutto vi s’alternassero le costanti della noia e della volgarità. Pure – ma mi riferisco solo a statistiche che riguardano la televisione inglese, per la quale, del resto, la pubblicità toglie forme e modi anche più noiosi e volgari che quelli della televisione italiana – l’indice di ascolto della pubblicità è vertiginosamente alto, addirittura il più alto. Stando alle ricerche di sociologi inglesi, non solo la stragrande maggioranza delle persone che si sono attaccate il vizio della televisione gustano la pubblicità sopra ogni altro programma ma si danno in specie a coltivare proprio la pubblicità di quei prodotti che hanno sperimentato con esito favorevole: cioè, in altre parole, si sarebbe verificato il fenomeno allarmante che la consumazione del prodotto non sarebbe, tutto sommato, che lo strumento di pubblicità per la consumazione della pubblicità. Il ciclo del incretinimento, come si vede, sarebbe completo. Non ci si servirebbe dunque più della televisione per propagandare le “saporose formaggette”, ma l’ufficio di queste ultime non sarebbe, tutto sommato, che quello di propagandare la televisione […].

Il sudore del mugik

Gabriele Baldini

Il Mondo, agosto 1962.

Per chi non riesce a interessarsi al Campanile Sera o all’Amico del Giaguaro – programmi di queste settimane applauditi a furor di popolo – le serate alla televisione continuano a essere monotone. Il solo spettacolo veramente eccitante furono i volti dei due cosmonauti sovietici, e soprattutto una scena sorpresa davanti la casa paterna d’uno dei due, dove si vide il vecchio padre tutto commosso all’annunzio che la capsula del figliolo era tornata alla base. Bisogna riconoscere che non è situazione di tutti i giorni. Potevano essere lagrime. Ma pel fatto che il brav’uomo badava ad asciugarsi sempre la fronte, da cui non sgorgan lagrime, è probabile che fosse soltanto sudore. Il fatto, insomma, che facesse caldo anche là, che non si tollerassero neppure là le stille incomode sui soppracigli, fece prova d’avvicinare terribilmente l’avvenimento che, per molti aspetti, fin per coloro, come me, della generazione attorno ai quarant’anni, tiene ancora troppo del favoloso.

Soltanto pochi anni fa, in un libro di storia e critica letteraria, per dir della natura d’una teoria campata in aria e attaccare uno studioso in campo avverso, scrivevo che la sua era una «mera frottola giornalistica come il mostro di Loch Ness e i bolidi nella luna». Non so come si debba metterla, ora, con il mostro scozzese. Ma certo, i bolidi nella luna saranno, sì e no, affare di qualche stagione. In una nuova edizione, mi toccherà mascherare quell’infelice riferimento, per paura, se non altro, di prestare credito al mio antagonista.

Pure, se debbo esser sincero, la sensazione che la luna fosse tanto vicina me l’ha data soltanto quel vecchio mugik, che si passava la grossa mano rugosa sulla fronte con un gesto pacato e rassegnato, identico a quello che stavo facendo io, in quello stesso preciso momento, per asciugare quello stesso preciso sudore di quella stessa precisa estate, che ci arrostiva entrambi. Se avessi vista la scena in una stanza con l’aria condizionata, non avrei dato peso alla cosa, e il massimo di concretezza che potesse ispirarmi la luna sarebbe ancora la sua figura di un grande arredo romantico.