Piccola antologia delle eccellenze nella critica televisiva delle origini. Si comincia da Campanile e Bianciardi, scrittori prestati al piccolo schermo.

Il controfischio

Achille Campanile

L’Europeo, 31 maggio 1959.

Non so se la tv dia alla testa a quelli che appaiono sui teleschermi, o se si crei in costoro una specie di psicopatia o di ipersensibilità morbosa. Ormai è diventato un fatto consueto polemizzare dal video con giornalisti che si occupano di tv, e addirittura servirsi della tv per fatti personali. Cominciò Rascel. Poi abbiamo avuto Claudio Villa. Poi Gassman. Adesso Walter Chiari. Per tacere delle frequenti osservazioni pseudo-ironiche fatte da Mario Riva, a proposito del fatto che Il musichiere non eleverebbe il livello della cultura nazionale, o che lui parlerebbe con accento non del tutto fiorentino; che sono appunto gli appunti mossigli nei giornali.

Quanto a Walter Chiari, ultimo in ordine di tempo, quello che è avvenuto il lettore lo sa meglio di me. Perché la tv è come i bambini: basta voltare un momento gli occhi da un’altra parte, che te ne combina una. Io avevo visto le prime tre puntate del Teatrino di W.C., me ne ero già occupato in una recensione e avevo pensato quindi di potermi risparmiare la quarta puntata di questa trasmissione né troppo originale, né troppo interessante e nemmeno troppo divertente, quanto a testi (sia detto col permesso del titolare). Viceversa, proprio nella quarta puntata è avvenuto l’ormai consueto attacco ai giornalisti, senza preavviso.

Donde, una prima considerazione: sarebbe opportuno che la tv preannunziasse questi attacchi, altrimenti si corre il rischio di perderli. Basterebbe che durante qualche intervallo (e c’è da scegliere), invece di farci vedere per delle mezz’ore le fontane di Villa d’Este, facesse apparire l’annunciatrice a dire: “Stasera, durante la tale trasmissione, avrà luogo il consueto attacco ai giornalisti, durante il quale saranno pronunziate male parole contro di essi”. Magari, per questi annunzi a carattere affettuoso, si potrebbe riservare la Fulvia Colombo, che ci sembra particolarmente adatta alla bisogna da che la tv le ha fatto fare una inopinata riapparizione sui teleschermi, per dare il cambio con truppe fresche alle classi anziane.

Conseguenza di quanto detto sopra a proposito del “fuori programma”, chiariamo: ho dovuto ricostruire l’episodio attraverso riferimenti. Stando dunque ai giornali, nonché a deposizioni giurate di amici, parenti e personale di servizio, attraverso una “polemichetta un po’ acerba”, a base di “personalismi”, in una “diatriba” “al livello di una discussione da bar-sport”, le idee esposte dal Chiari (fortunatamente non molte, né molto astruse) sarebbero:

a) che è impossibile scrivere una rivistina settimanale, sia pure di modeste pretese, senza includervi vecchie scenette;

b) che il pubblico della tv, essendo molto più vasto di quello dei teatri moltiplicato per il numero delle repliche, diviso per le città capoluogo, sottratto al totale dei comuni, addizionato al risultato così ottenuto ed estrarne la radice quadrata elevata al cubo e moltiplicata per il numero fisso 3,1416, si possono presentare al pubblico scenette già viste sui normali palcoscenici di rivista;

c) che lui (nell’originale W.C.) è stato “fatto” interamente dal pubblico e la stampa non c’entra per niente.

Ora, non è il caso di stare a discutere le idee del Chiari sull’estetica televisiva. Lasciamo il compito agli epigoni di Kant e Benedetto Croce, limitandoci a dire, quanto ai punti a) e b) che, per conto nostro, importa poco che le scenette siano vecchie o nuove; l’essenziale è che siano divertenti; e magari anche che siano farina del sacco di chi le firma. Piuttosto ci premono due ordini di considerazioni.

Essere o non essere d’accordo con i critici

Primo. Come mai quelli che appaiono sui teleschermi, specie nel settore rivista e musica leggera, danno prova di una così morbosa suscettibilità? Non ammettono il minimo rilievo. Alla prima osservazione si mettono a polemizzare dal video, interrompendo lo spettacolo. Che direste d’un attore di prosa che interrompa la recita di un dramma per polemizzare con i critici? O di un pugilatore che interrompa momentaneamente un assalto, per dirne quattro ai cronisti sportivi? E immaginate un Baldini o un Nencini che, durante una tappa del Giro d’Italia, faccia fermare la corsa, dia di piglio a un megafono e tuoni: “Cittadini! Ho letto in un giornale che io non ce la faccio più. Errore. Io vado piano perché così il pubblico può meglio ammirare lo stile della mia pedalata; rallento sulle salite a beneficio di queste povere popolazioni diseredate, che raramente hanno occasione di veder passare un grande asso del pedale; perché lesinar loro questa gioia, transitando rapido come la folgore? Rallentiamo, invece, per prolungare il godimento di questi agglomerati rurali, di questi rozzi montanari! E, se un giornalista sostiene che non ce la faccio più, venga durante la tappa di domani: ci fermeremo a mezza strada, all’ombra di un platano, e faremo un pubblico dibattito, esponendo le rispettive idee sulla pedalata, sul cambio di velocità e sulla cotta in genere!”.

Per tornare a quelli, tra gli assi della tv, che si mostrano così permalosi e polemici, si trattasse di gente che recita sempre Shakespeare o Ibsen. No, si tratta di colossi della ribalta, che di solito si producono in scenette e facezie, le quali sono nuovissime per qualche sperduto villaggio della Sila, dove non sia mai arrivato un numero del Travaso o del vecchio Marc’Aurelio. Si tratta, nel caso dei più polemici e suscettibili, di colossi della recitazione le cui vette artistiche sono rappresentate, tra l’altro, dalle smorfie, dal fare gli occhi storti, dal tirar fuori la lingua, o gonfiare le gote, e da simili altri accorgimenti artistici. Niente di male. Sono anche queste le risorse di tale tipo di comici, i quali anche con esse raggiungono sovente risultati artistici tutt’altro che disprezzabili. Ma essi non lo dimentichino e restino nei propri limiti.

La vera rivincita della carta stampata

L’estrema permalosità di costoro dimostra pure che, malgrado i nuovi mezzi di diffusione, il potere della carta stampata è ancora notevole. Benché meno provvista di possibilità d’espansione, la più forte è forse ancora la carta stampata (sempreché, beninteso, non si tratti di carta moneta; almeno per quel che ci riguarda). Forse perché “scripta manent”? Forse perché l’argomento sembra ed è più solido scritto che detto? Forse perché la fuggevole immagine del video, anche se molto più diffusa, è assai più labile di quella fissata dal rotocalco? Fatto sta che questi fantasmi comici del teleschermo sono di una suscettibilità morbosa. Forse in questo, dati i diversi vantaggi del mezzo televisivo, dev’esserci anche, in certi casi, la paura di perder terreno. Forse giuoca in questo l’orgasmo per ciò che ha di combustivo la tv. Ci dev’essere nel sostrato della coscienza l’oscuro timore di perdere il favore del pubblico; e questo irrita la sensibilità.

Scendendo a considerazioni più pratiche, il fenomeno dipende anche dall’immediatezza e accessibilità del mezzo: il comico sa che, in qualsiasi momento dello spettacolo, può inserire una parola che arriverà a milioni di orecchi; e che in quel momento (almeno così crede lui, e così l’autorizza a credere la nostra tv) nessuno può impedirglielo; e sa anche che, almeno in quel momento e in quella sede, il colpito non può replicare.

Un lato buffo della cosa è, poi, questo: i suscettibili comici non si rendono conto che, polemizzando dal teleschermo, diffondono enormemente le critiche ch’essi lamentano e che, senza il loro intervento, resterebbero in una cerchia limitata di persone. La mia domestica ignorava assolutamente che i giornali avessero mosso delle critiche al Chiari; in seguito al di lui intervento dal teleschermo, non soltanto l’ha saputo, ma ha saputo anche in che cosa consistevano queste critiche; ed ora le sono perfino familiari i nomi dei recensori pronunziati dall’attore e che prima lei non aveva mai uditi [nemmeno lontanamente].

Direte: se i giornalisti attaccano un attore, questi ha il diritto di replicare. Un momento. Un attore si espone al pubblico e, per questo, al giudizio del pubblico. Se non s’accetta questo principio, bisognerebbe riconoscere all’attore il diritto di fischiare chi lo fischia. No. Il pubblico ha il diritto di fischiare (che è la più elementare critica). L’attore, finché è sul palcoscenico, ha soltanto quello di recitare, male, o se gli riesce, bene. Se vuol replicare, o esercitare un diritto di contro fischio, lo faccia pure, ma in altra sede e perfino nello stesso giornale che ha attaccato, o in qualsiasi altro giornale; o se preferisce, a bastonate per la strada, o sfidando a duello, o dando querela.

Direte pure: la replica d’un attore ai giornalisti durante la recita non è un fenomeno nato con la tv, anche Petrolini, certe volte… Anzitutto, in Petrolini questo era il suo genere. Lui polemizzava col pubblico, coi giornalisti, con quelli che arrivavano tardi in teatro, con quelli che se ne andavano prima che calasse il sipario, con quelli che non ci andavano, ecc.; come certi “chansonniers” parigini. Era uno spettacolo anche quello. Cercava di farlo con causticità. Ma quello dei comici o dei cantori che polemizzano dal teleschermo è talvolta spettacolo goffo, se trascendono, o poco edificante, se non c’è spirito. Sono pure e semplici recriminazioni che ricordano, giacché parliamo di Petrolini, il Gastone petroliniano. Gli unici spiritosi sono stati Gassman, quando dal teleschermo mi dette della iena ridens, e Tognazzi quando, sempre dal teleschermo, mi ringraziò per i miei calorosi elogi che, almeno in quell’occasione, non c’erano stati. Ma, in questi casi, come dicono i francesi, una battuta giustifica tutto.

In secondo luogo, Petrolini si serviva del palcoscenico, cioè era in casa propria. Mentre i comici che polemizzavano dal teleschermo (ed eccoci al secondo ordine di considerazioni, che è il più importante) si servono della tv. È una società, che in realtà è un ente pubblico. Per conseguenza appartiene al pubblico, cioè a tutti i cittadini, e nessuno se ne può servire per scopi personali. Tanto più che è gestita in regime di monopolio e perciò ha dei doveri strettissimi. Nel caso delle repliche a giornalisti, si rileva innanzitutto un’enorme sproporzione: a un giudizio espresso davanti a poche decine o centinaia di migliaia di lettori, si reagisce con una replica che arriva a milioni di telespettatori. Il comico tv che si sente offeso o danneggiato da un giornalista ha a propria disposizione tutti i mezzi di difesa o di ritorsione che ha in questi casi qualsiasi cittadino. Ma, se si serve della tv ente pubblico, commette un abuso. Poi un giornale è una proprietà privata e, a proprio rischio, può attaccare o criticare chi crede. La tv no. È pagata dai cittadini ed essi hanno il diritto di pretendere che nessuno se ne serva ai loro danni. Tanto più che a un giornale si può replicare su un altro giornale; ma di tv ce n’è una soltanto.

In casi come quello di cui parliamo, la tv si trincera solitamente dietro la scusa: “L’hanno fatto a nostra insaputa”. Ma la scusa non scusa. Dati i doveri che ha come ente pubblico, protetto da monopolio, la tv deve garantirsi e garantire i cittadini da eventuali lesioni dei loro diritti. Potrebbe mettere nei contratti sanzioni gravissime, che facciano passar la voglia di commettere abusi. E potrebbe perfino escludere momentaneamente dal video chi sta commettendo l’abuso. Potrebbe essere perfino divertente per il pubblico accorgersi che in quel momento è stata tagliata la parola in bocca a uno che non ne faceva un uso lecito. Altrimenti, di questo passo, c’è il caso di arrivare addirittura a manifestazioni teppistiche del teleschermo.

Tranne Soldati e un poppante, non legge proprio nessuno

Achille Campanile

L’Europeo, 18 dicembre 1960.

Le lettere s’accumulano e manca lo spazio per rispondere a tutte. Proviamo a rispondere almeno a qualcuna. Nino Martinez, Palermo. Lei è troppo severo con la trasmissione Chi legge? di Mario Soldati, su idea di Cesare Zavattini. Sì, è vero, finora dall’inchiesta risulta che in Italia chi legge è Mario Soldati. In una puntata legge il proclama rivolto da Crispi ai marsalesi. In un’altra legge una pagina di G. C. Abba. Poi legge un pezzo del Viaggio in Italia di Goethe. Indi legge un canto di Virgilio. Eccettuato lui, almeno nella rubrica, non legge nessun altro.

Ma prescindendo da questo, che non è proprio colpa sua, bisogna dire che lui ce la mette tutta, per trovare qualcuno che s’interessi degli odierni indirizzi del pensiero, che approfondisca la propria cultura umanistica, che insomma si tenga al corrente dei movimenti letterari dell’epoca nostra. Lo cerca tra i pescatori di sardelle, fra i salinari, tra i fabbricanti di mortaretti e di fochi artificiali, tra i pescivendoli, i friggitori, gli scaricatori di porto. Non basta. S’apposta sulle strade maestre della Calabria, come un brigante della Sila, e, quando vede passare qualcuno, sbuca fuori all’improvviso e l’affronta.

Figurarsi la paura del malcapitato, il quale, dato il luogo (di solito, qualche tratto solitario e selvaggio fra boschi d’ulivi giganteschi) e l’aspetto tutt’altro che rassicurante dell’uomo irsuto e abbronzato che, in mezzo alla strada, agita le braccia come uno spaventapasseri, sbarrando il passo alle automobili, nel primo momento crede si tratti appunto di un’aggressione banditesca e si prepara a consegnare portafogli e indumenti.

Né si tranquillizza quando il supposto aggressore, appunto per tranquillizzarlo, precisa le proprie intenzioni con la domanda: “Che cosa legge?”. Al che l’idea del grassatore cede immediatamente il campo all’altra, non meno preoccupante, di un evaso dal manicomio. In ogni caso il turista, viaggiatore o passante che sia, sentendosi apostrofare così stranamente da un tipo dall’aspetto tanto poco rassicurante, alza le braccia come chi si senta intimare: “O la borsa, o la vita”, e s’affretta a rispondere: “Niente, niente, niente!”. Taluni, per far rifulgere appieno la propria innocenza, sono pronti ad aprire il bagaglio, per far constatare che non hanno libri o stampati, e scendono ai particolari: “Non leggo, no. S’immagini se ho tempo di leggere!”. E s’allontanano in fretta, pensando: “L’ho scampata bella. Probabilmente c’è una nuova tassa per chi legge”.

Ma Soldati non s’arrende. Vede passare un povero cieco che procede a tentoni, col bastone bianco e il cane che lo guida, e i bianchi globi degli occhi spenti volti al cielo, ripetendo: “Fate la carità a un poveretto cieco dalla nascita!”; e lo affronta: “Che cosa legge, lei, di bello?”. “Niente”, fa il poverino, dando piccoli colpi al suolo con la punta del bastone, per guidarsi, “non ci vedo, non posso leggere”. “Male. Molto male. Un uomo che legge ne vale due”. Il cieco s’allontana sconfortato, dando piccoli colpi al suolo con la punta del bastone.

Soldati si guarda attorno. Vede un vecchio pescatore intento a tirar la rete. “Ehi!”, chiama, “lei, laggiù!”. “Dice a me?” “A lei, a lei.” “Scusi, sa, non posso darle retta, perché sto alle prese con certi pesci che, se mi distraggo, se ne vanno”. “Ma le debbo dire una cosa della massima importanza!” “Non potrebbe aspettare un po’?” “No, è urgente”. “E va bene, allora dica”. “Che cosa legge, abitualmente?” “Io? Niente. Niente alla lettera. Non amo la lettura”. “Ma non legge le poesie di Ungaretti, di Quasimodo?” “No”. “E Proust, Mallarmé?” “Nemmeno”. “Ho capito. Lei preferisce leggere Gide”. “Me ne guardo bene”. “Leggerà almeno Joyce… No? Nemmeno Joyce?… L’Ulisse… E Corneille? Racine?” “Mai sentiti nominare”. “Possibile? Basta, sentiamo lei, su quell’albero. Venga giù”. “Non posso, sto facendo la raccolta delle ulive”. “E che cosa legge di bello?” “Un paio di zebedei”.

Soldati vede un pescatore in cima all’albero di un peschereccio: “Potete dedicarmi un minutino?”. “Signore, vede che sto per tirar la fiocina. Le pare questo il momento? Debbo colpire un pesce spada”. “Un pesce spada? Siete pescatore di pesce spada? Allora voi leggerete certamente i romanzi di cappa e spada”. “No”. “No? E come fate, allora, a pescare il pesce spada? Leggete, leggete. Pescherete di più e meglio”. “Davvero?” “Garantito. Chi legge, trova i pesci più grossi e più saporiti. I pesci preferiscono chi legge”. “Guarda guarda, non lo sapevo. Vuol dire che leggerò. Mi abbonerò a una biblioteca circolante”.

Soldati s’allontana soddisfatto. Vede passare una vecchina schiantata da un pesante fardello che ha sulla testa: “Ehi, brava donna, vorrei fare due chiacchiere con lei”. “Scusi, sa, ma ho questo peso, non vedo l’ora di liberarmene”. “Ma mi dica: che cosa legge, di solito?” “La critica della ragion pura di Kant”. “Brava”.

Passa una bella ragazza. Soldati: “Come lo vorreste, voi, il marito?”. “Alto, bello, biondo”. “E se non sapesse leggere lo prendereste lo stesso?” “Ohibò! Se non sapesse leggere, non lo vorrei nemmeno dipinto”. “Anche se fosse altissimo, bellissimo e biondissimo?” “Le dico: assolutamente no. Io voglio un lettore”. “E se fosse alto due metri e mezzo?” “No”. “Nemmeno se raggiungesse i tre metri di statura?” “No, no e poi no”. “Brava. Questi sentimenti vi fanno onore. Perché l’uomo che legge ne vale due e se è alto tre metri è come se fosse alto sei metri”. “Che bello!”

Passa un vecchio lacero e scalzo. Soldati: “Sa leggere lei?”. “No. Sono analfabeta”. “E che legge, di bello? Romanzi? Giornali? Saggi storici?” “Niente. Niente alla lettera. Non sono mai stato a scuola. Sono analfabeta, le dico”. “Be’, questo non vuol dire”. “Lo capisco. Comunque io non leggo”. “Come mai?” “Mah!” “Be’, cercate di leggere. Avete mai provato a leggere?” “No.” “Provate, provate”. “Proverò. Se mi riesce”.

Soldati vede un poppante in braccio a una balia. “Che legge, il piccino?” “Ma non sta mica leggendo, sa”. “Ah, credevo. E perché non legge?” “È contrario alla lettura. Cosicché non legge. Mi pare di averglielo già detto”. “E che cosa legge, di preferenza?” “Niente”. “La mattina o la sera?”

La carovana si rimette in moto. Passa davanti a una grotta naturale. Soldati: “Il primo libro fu scritto sulle pareti d’una caverna. Andiamo a vedere se c’è qualcosa da leggere”. Entra nella caverna e ne riesce poco dopo, turbato. “Sì, c’è un vecchio giornale… Ma non contiene niente d’interessante”.

S’aggiunga che tutte queste cose Soldati le fa in pigiama. L’inchiesta essendo stata fatta d’estate, lui appare in disabbigliè. Il che, negli automobilisti di passaggio che lo vedono mentre si sbraccia in mezzo alla strada a far cenni perché si fermino, non fa che avvalorare l’idea d’una fuga da un luogo di cura.

Mike: elogio della mediocrità

Luciano Bianciardi

L’Avanti!, 28 luglio 1959.

L’altro giovedì, annunciando la fine della sua trasmissione, Mike Bongiorno aveva gli occhi appesantiti e la voce rotta dalla commozione. A guardarlo cinicamente poteva anche far ridere, con quella faccia più pecorile del solito, ma sarebbe stato ingiusto farsi beffa di un uomo così onestamente mediocre. Bisogna dire che Mike Bongiorno meritava il successo che ha avuto proprio in virtù del suo schietto, lampante grigiore.

Quella sera parlò abbastanza a lungo di sé e affermò di aver conosciuto, prima del successo, giorni duri e difficili. Non c’è motivo per non credergli. Mike Bongiorno in questo non si distingueva per nulla dalle centinaia di concorrenti che gli sono sfilati accanto, sulla pedana del teatro della Fiera: anche loro han conosciuto, prima del successo, giorni duri e difficili, anche loro hanno saputo, da buoni italiani degli anni Cinquanta, aspettare il quarto d’ora di celebrità e di fortuna. Mike Bongiorno in questo modo valeva esattamente quanto la Bolognani, o il Degoli, o le gemelle Appiotti, quanto tutti gli altri (escluso forse il Marianini, che fa storia a sé).

Non aveva nulla di americano, il nostro Mike, tranne forse, agli inizi, una leggera inflessione d’accento, prontamente messa in caricatura da chi, per spettacolo, sapeva fargli il verso. Solo agli inizi, perché poi ha rapidamente captato sintassi, cadenza e lessico dell’italiano medio. Ha conosciuto giorni duri, certo, ed ecco perché coglievi nei suoi interventi il senso preciso del valore che egli attribuiva al denaro. Mostravano, per esempio, la corona ferrea di Monza (che pare sia fatta con un chiodo della croce) e lui domandava all’esperta: «Ma quanto potrà valere?». Un gioiello, un quadro, un vestito, un monumento, un crocifisso, Mike Bongiorno, quando voleva stupire gli altri o se medesimo, subito ne dichiarava, o ne domandava il valore espresso in lire: «Quanto potrà valere la Gioconda? E la torre Eiffel?». Qualcuno, in mezzo al pubblico televisivo, arricciava il naso, ma in fondo Mike era simpatico così, per questa italianissima sua trivialità (e la parola non vuol essere offensiva, riportata com’è al suo significato originario) dei gusti, delle aspirazioni, delle speranze.

Era certamente il più simpatico dei presentatori della televisione: migliore di Mario Riva (troppo ancorato al volemose bene romanesco, e non italiano, e quindi dialettale e provinciale), migliore di Enzo Tortora (troppo goliardicamente «colto»), migliore di Silvio Noto (che si bruciò le ali spingendo troppo oltre la sua grevezza pugliese). I nostri presentatori della televisione avevano successo, e lo hanno, in quanto riassumono ed esprimono certi difetti, certe tare nazionali. Mike Bongiorno ne riassumeva più di tutti, ed ecco perché lo possiamo stimare il più mediocre, quindi il più bravo. Meritevole del successo e della fortuna, anche economica, che gli è toccata. «Quanto potrà valere», chiediamo a questo punto noi, «il signor Mike Bongiorno?».

C’erano quasi tutti i vincitori riuniti in quella sala, quel giovedì, e facevano un po’ di cagnara, lecitamente, come una bella compagnia di fortunati e di bravi italiani, convenuti a Milano per far festa a se medesimi e al loro profeta Mike.

Ma c’è da dire altro. L’altro giorno ho partecipato a un singolarissimo convegno di gente più o meno politicizzata, in una città della montagna marchigiana: c’erano dissidenti, profughi, ribelli, eretici di due o tre partiti, ma soprattutto c’erano anarchici. Riuniti in una grande sala d’un palazzo medioevale, che dà su di una piazza bellissima e a mezzo luglio intronata dal solleone, uno dopo l’altro si alzavano a dire cose diverse ed estemporanee.

«Ordine del giorno», aveva azzardato il presidente, e subito saltò su uno, furibondo: «Ordine perdio mai», fece, «ma se proprio deve esserci ordine, facciamo ordine della notte. Del giorno perdio no». Mi hanno poi detto che questo odiatore dell’ordine combatté in Spagna da valoroso, ma esigeva di sparare soltanto nei giorni di lavoro e di tenersi la moglie in trincea. Eppure anche lui si unì all’applauso generale, quando il presidente, interrompendo l’oratore di turno, annunziò: «Entra in aula la delegazione perugina, con alla testa il compagno Bistoni, noto vincitore a Lascia o raddoppia per la storia dei longobardi».

È stato un convegno bellissimo: i lavori son terminati al canto di Addio Lugano bella, mentre alcuni di affollavano intorno al Bistoni per chiedergli com’era, vista da vicino, la signora Edy Buffon nata Campagnoli.

Convitato a desinare

Luciano Bianciardi

ABC, 11 febbraio 1968.

La famiglia italiana media ha sempre, a cena, un ospite, e magari non lo sa. Un ospite che non mangia, è vero, e che costa dodicimila lire all’anno. Un ospite che non è fatto di “sangue e carne”, ma che pure domina le mense. Ha un antenato nel Don Giovanni, antenato illustre e terribile: il convitato di pietra, incapace di prendere cibo, ma capace, nel suo silenzio, di uccidere. Il convitato serale di ogni famiglia italiana, anziché di pietra, è fatto di valvole, legno e vetro, è il televisore. Non appena la famiglia si mette a tavola, anche lui si siede, non mangia, ma parla e canta: non uccide, certo, ma può fare di peggio. Può imbottire teste, formare opinioni, indurre ai consumi.

Orbene, il convitato di vetro ha da qualche giorno modo di farsi invitare non solamente a cena (pranzo nell’Alta Italia) ma anche a desinare (colazione al Nord). Ci stiamo avviando al pieno tempo televisivo. Ancora lontani dallo spessore americano, quello cioè delle trasmissioni ininterrotte, giorno e notte (fusi orari aiutando) su sei, nove, undici, nessuno sa più quanti canali, tuttavia possiamo contare su un programma quasi continuato dalle dieci e trenta fino all’ora di andare a letto.

Si comincia con le lezioni televisive, dedicate alla scuola media, inferiore e superiore: di solito ben fatte, anche se piuttosto rapsodiche e saltuarie. Non si sa, per ora, quanto possono essere utili allo svolgimento dei programmi nelle scuole vere, le quali, fra l’altro, non sempre hanno un apparecchio (un convitato) in aula. Chi ha tempo libero, oppure l’influenza, può guardarle con profitto. A mezzogiorno e mezzo altra lezione, talora istruttiva, talora edificante. Come si allevano i bambini, per esempio, oppure se sia lecito e ben fatto tenere i cani per casa. O anche, per esempio, un ottimo servizio di Giorgio Vecchietti su un giornale di Cortona, L’Etruria, e sul suo direttore-stampatore-venditore. Un disegno animato (che viene regolarmente chiamato “cartone”), poi il colonnello Bernacca, che con tono paterno ci spiega come va il tempo e riesce a farti capire cosa significhi “zona di basse pressioni”, e finalmente la novità più grossa, cioè il quarto telegiornale, alle tredici e trenta.

Già da tempo il paziente telespettatore si era chiesto alcune cose, sulla fattura di questo giornale. A parte i contenuti, naturalmente, ché sarebbe chiedere troppo. Si era domandato, cioè, se non fosse possibile e doveroso dare le notizie senza quel tono di ufficialità stantia di cui soffrono normalmente i telegiornali. Notizie lette e quasi declamate, toni di voce fra il littorio e il predicante, speaker ripreso a mezzo busto, come in una fotografia “formato gabinetto”. Si era chiesto più volte, il paziente spettatore, se non fosse preferibile al limite, sentirsi raccontare i fatti da un cronista balbuziente. Seguire, in questo, l’esempio della televisione francese, che fa dare le notizie addirittura con la tipica pernacchietta che, in quella lingua significa stupore, assenso, o anche nulla, un semplice tic.

Ebbene, il telegiornale delle tredici e trenta, sempre contenuti a parte, è sulla buona strada. Innanzi tutto la redazione è “allo scoperto”, vediamo gli speakers, tutti e quattro, a tavolino. Ciascuno di loro, oltre a dare le notizie, le ha compilate: insomma, sono tutti dei giornalisti. Il redattore-capo dà il sommario, poi invita ciascuno a informare. Tutti parlano con un leggero accento dialettale, cioè umanamente, allo stesso modo in cui parlano tutte le persone di nostra conoscenza quotidiana. Cercano di non declamare, di non leggere, ma di “raccontare”. Di volta in volta si stacca sugli inviati speciali, che compaiono prima sul grande schermo in fondo e poi, in primo piano, sul nostro televisore. Dalla Sicilia (purtroppo), da Torino, da Berna. Il capo-redattore ha diritto di interrompere, di fare domande, di chiedere altre notizie o spiegazioni.

È un telegiornale parlato, che si fa ascoltare. A parte i contenuti naturalmente. Ma sarebbe chiedere troppo.