Piccola storia di una folle ricerca tra gli archivi tv e discografici, nata da due passioni incrociate: per le sigle dei cartoni animati anni Novanta e per le classifiche.

L’estate scorsa è stata pubblicata una raccolta di Cristina D’Avena, maldestramente intitolata #le sigle più belle. Quell’hashtag, di fatto, è poco utile su Twitter, perché la funzione di ricerca, così limitata a “#le”, non porta alcun risultato pertinente al disco e non facilita la promozione. Ma sorvoliamo perché, titolo nonostante, si tratta di un capitolo molto importante nella carriera della cantante. #le sigle più belle è infatti il primo album di Cristina D’Avena a raggiungere la top 3 italiana. E questa è la storia di come sono arrivato a scrivere la frase precedente.

Nostalgia, nostalgia canaglia

Tra i vantaggi di essere stato bambino a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, c’è senza dubbio quello di aver assistito alla fase imperiale di Cristina D’Avena. Il periodo è quello immediatamente successivo ai telefilm di Licia – quando Fininvest, non potendo più trasmettere puntate di un cartone giapponese di enorme successo ma ormai finito, ne crea un sequel localizzato e in live action. La cantante di sigle tv, sebbene doppiata con la voce della Licia animata, diventa anche attrice. Stagione dopo stagione, così come la parrucca abbandona la testa dell’interprete di Satomi, il telefilm inizia a staccarsi dal cartone, forte anche della colonna sonora originale in italiano (e inglese elementare).

Oggi, per molti, Cristina è soprattutto Licia: lo testimoniano i concerti-reunion dei Bee Hive e il recente successo virale di certe battute d’archivio ripescate (“fettine panate!”). La cantante stessa confessa di girarsi ancora d’istinto se sente chiamare “Licia” per strada. Ma la fase imperiale di Cristina inizia quando, sull’onda del successo di Licia, può smettere di essere Licia. Nell’ultima puntata del telefilm, la protagonista scopre di essere incinta e la sua band deve sciogliersi, quando il chitarrista (Marco Bellavia) riceve una telefonata: è Cristina D’Avena, che cerca musicisti per accompagnarla. Per quattro stagioni, dall’88 al ’91, il pubblico seguirà le avventure musicali e non della studentessa di Medicina con la passione per il canto. Dai titoli dei telefilm in questione, si capisce che, come le grandi popstar, non le serve nemmeno più il cognome: Arriva Cristina, Cristina, Cri Cri e infine lo slancio europeista di Cristina. L’Europa siamo noi. Non mancano i relativi album, con una dozzina di canzoni originali sentite durante le puntate. E nel frattempo, continuano a uscire raccolte con le sigle dei cartoni perlopiù giapponesi in onda in quegli anni. Ogni primavera, un volume di Cristina e i tuoi amici in tv; in tempo per Natale, una nuova Fivelandia (in cui, oltre alle sigle dei cartoni, si trovano anche quelle dei programmi per bambini, da Bim bum bam a Sabato al circo). In quel periodo, Cristina è ovunque. In ogni spazio dei palinsesti Fininvest dedicato all’infanzia la si vede o la si sente, e ha tre album nuovi sul mercato ogni anno.

Ma qualcosa non mi torna. Tra i vantaggi di essere stato bambino a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, c’è anche quello di avere trascorso le domeniche mattina con il SuperTeleGattone. Il programma musicale di Maurizio Seymandi, SuperClassifica Show, va in onda dal 1977 su Telemilano e altre reti locali per approdare su Canale5 nell’81 e restarci per una quindicina d’anni. In ogni puntata, tra interviste ed esibizioni, vengono annunciati gli album più venduti della settimana in Italia. E Cristina non c’è mai. Guardare il SuperClassificaShow e non trovare al primo posto quella che ti sembra la persona più famosa al mondo fa uno strano effetto: lo stesso che si può provare oggi nell’accorgersi che un gruppetto indie esiste solo nella realtà parallela della tua cerchia di amici o della tua timeline. Sembra che tutti lo conoscano, ma i dati di vendita raccontano una storia diversa.

Un ricordo di Cristina in quella classifica ce l’ho, ma senza Seymandi: la trasmissione aveva già subito uno dei tanti restyling e cambiato titolo in Super, perché a fare l’annuncio sono Gerry Scotti e Martina Colombari. E io sono già cresciutello: lo ricordo solo perché a quel punto la mania di Cristina mi è passata, ma quella delle classifiche no. L’ex bambino di fine anni Ottanta nel 2016 può chiedere a internet se i suoi ricordi sono affidabili, sperando che qualcuno si sia già posto le stesse domande e, in un raptus di nostalgia, abbia caricato i materiali necessari. Come andavano quegli album in classifica?

Innanzitutto, Cristina e SuperClassificaShow. C’è stata, da ospite, almeno in tre occasioni tra l’82 e l’86, tutte raccolte in un cofanetto uscito nel 2013 per festeggiare i suoi trent’anni di carriera. Sono esibizioni che non ricordo perché non ero nato o avevo appena aperto gli occhi, ma non è chiaro come si inseriscano nella classifica (e poteva trattarsi di occasioni promozionali di un nuovo volto Fininvest). Seymandi, però, trasmetteva i dati di Tv Sorrisi e Canzoni, quindi mi basta chiedere alla loro redazione. Secondo gli archivi, la posizione più alta mai raggiunta da Cristina D’Avena prima del 2016 è la 10, con Arriva Cristina, a fine ’88. È la sua unica presenza in top 10. E il mio ricordo di Super, con Gerry Scotti? Non classificabile – letteralmente – perché la trasmissione, post-Seymandi, interrompe la collaborazione con Sorrisi, e i dati sono a cura di Radio Deejay.

Il caos delle classifiche

Ed ecco l’ostacolo maggiore nel cercare di ricostruire la chart history di un artista italiano: non è che manchino le fonti, è che ce ne sono troppe. Infatti, la classifica ufficiale italiana come la conosciamo oggi nasce solo nel 1995, quando la FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) comincia a basarsi su un campione di negozi rilevato da Nielsen. Oggi quel campione include anche gli store digitali.

Chiedo quindi aiuto a Eddy Anselmi, storico della musica leggera, che mi avverte dell’impossibilità scientifica del mio esperimento, ma consiglia di limitarmi a tre archivi pre-1995: Sorrisi, che ho già consultato, Rai e Musica & Dischi. Nelle Teche Rai sono raccolti 70 anni di Radiocorriere, e in ogni numero c’è una pagina con gli album più venduti della settimana. Qui Cristina ha più presenze in top 10 o quasi: la sfiora con Teneramente Licia (12°, ’87) e Cristina D’Avena e i tuoi amici in tv 3 (11°, ’89), e sbanca con Arriva Cristina (7°, ’89) e Cristina (8°, ’90). Com’è possibile che dischi pubblicati da RTI vadano meglio secondo la Rai? Perché Radiocorriere ha due classifiche separate per album e compilation (Fivelandia 9 e 10, a inizio e fine ’92, presenziano nella seconda).

Non mi resta che consultare Musica & Dischi, “il mensile di riferimento della discografia italiana” dal 1945 al 2014 (come Billboard negli Stati Uniti, si tratta infatti di uno strumento più adatto agli addetti ai lavori che al lettore medio). Oggi non è più pubblicato, ma gli archivi sono consultabili online attraverso un abbonamento annuale. Sborso 50 euro per scoprire che il picco della carriera di Cristina D’Avena, secondo M&D, è stato la 12° posizione di Kiss Me Licia e Bee Hive nell’86, mentre gli album menzionati prima non toccano nemmeno la top 20. Un obiettivo però l’ho raggiunto: posso scrivere con certezza che la prima top 3 italiana di Cristina D’Avena è stata nel 2016. Devo solo capire com’è successo.

In cima, ma in ritardo

Chiedo al critico musicale Paolo Madeddu, che quasi tutte le settimane si immerge nel gorgo delle classifiche italiane e cerca di dare loro un senso sul suo blog. Come al solito, trascina nel gorgo anche me. Mi racconta che, quando lavorava in un negozio di dischi a fine anni Ottanta, bisognava sempre fare spazio sugli scaffali per le vagonate di musicassette di Cristina D’Avena che arrivavano. Del resto, costavano meno dei cd, che non potevi mettere in mano a un bambino “se no lo graffi”. Forse le cassette valevano di meno nei conteggi rispetto ai cd? Possibile, ma non verificabile. Da lì all’ipotesi cospirazionista è un attimo: Cristina ha sempre venduto tantissimo, ma un tempo i poteri forti non volevano che si sapesse. Forse le classifiche erano manomesse perché non si scoprisse che le sigle per bambini vendevano più di Mina o Venditti? Possibile, ma non verificabile. Meglio concentrarsi sul presente: cosa può dare a un album di Cristina D’Avena una spinta tale da raggiungere la top 3 nel luglio 2016? Concerti ne ha sempre ha fatti, e non ha mai smesso di pubblicare antologie (quella del 2013, arrivando nell’affollato periodo pre-natalizio, si ferma alla 33°, ma era un cofanetto dal prezzo impegnativo). In tv, la si vede poco e, da quando i reality esistono, lei rifiuta di parteciparvi. Un po’ di merito deve averlo Carlo Conti, che la invita al Festival di Sanremo davanti a 11 milioni di spettatori, ma un’apparizione televisiva a febbraio ha ancora effetto a luglio?

Forse c’è una spiegazione più semplice. In questo momento le classifiche sono in un periodo di transizione: i dati dello streaming sono sommati a quelli delle vendite digitali dei singoli; il vinile è risorto, ma l’album, come format, è minacciato dalla cultura della playlist; le certificazioni richiedono soglie sempre più basse (se storicamente il disco d’oro si consegnava dopo un milione di copie, ora in Italia ne bastano 25mila, eppure anche i grandi nomi spesso faticano ad arrivare al traguardo). Ma c’è una fascia di pubblico che ancora non rinuncia all’acquisto: quelli non abbastanza giovani da essersi del tutto convertiti allo streaming; quelli non abbastanza vecchi da avere perso il treno che portava dal negozio di dischi a iTunes. È una fascia di pubblico che inizia a sentire nostalgia o, meglio, è l’ultima fascia di pubblico che, nel comprare un disco, può comprare anche la nostalgia per i dischi: e sono quelli che sono stati bambini proprio durante la fase imperiale di Cristina D’Avena.