Nel mondo di oggi, l’elaborazione del lutto è sempre più nascosta. E insieme si trova costantemente al centro di film e serie tv. Le ragioni di una contraddizione.

La crisi dei tradizionali cerimoniali funebri non è, forse, una conseguenza diretta della secolarizzazione, ma il nesso c’è. Per secolarizzazione intendiamo, almeno provvisoriamente, il processo così definito di recente da Charles Taylor: “la transizione da una società in cui la fede in Dio era incontestata e, anzi, non problematica, a una in cui viene considerata un’opzione tra le altre”. Sulle radici profonde del nesso che lega questa trasformazione allo svuotamento (di senso e di partecipazione) attraversato dai cerimoniali che accompagnano il defunto alla sua dimora finale dovremo tornare, ma intanto possiamo cominciare a guardare ad alcuni fenomeni, di per sé piuttosto evidenti.

All the lonely people

In tutta l’Europa occidentale, è più o meno negli anni Sessanta e Settanta, proprio mentre le chiese si svuotavano un po’ in tutto il continente, che i riti funebri tradizionali hanno cominciato a risultare sempre meno dotati di solennità e di rilevanza sociale; e il funerale in quanto cerimoniale, almeno in ambiente urbano, è venuto rarefacendosi e irrigidendosi in formula sempre meno condivisa, sempre meno frequentata, sempre più imbarazzata, parallelamente alla fine in città delle tradizionali processioni che in precedenza scandivano l’anno. Da allora, in mancanza di un comune riferimento alla religiosità organizzata, i riti funebri appaiono privati di un’indispensabile cornice, che li collega agli altri grandi riti di passaggio e li inserisce in una rete sociale oltre e più che istituzionale. Senza una chiesa, insomma, la morte sembra trovare tutti soli. È solo il morto, sono soli soprattutto coloro che vengono lasciati sulla terra a sentirne la mancanza. Il passaggio si è verificato in tutta Europa nello stesso arco di una trentina d’anni, il tempo di una generazione, senza troppe differenze tra universo protestante e cattolico, al massimo con una sfasatura di qualche anno.

Il primo segnale, dal punto di vista scientifico, di quello che stava avvenendo può essere individuato nello studio di Geoffrey Gorer sul lutto in Gran Bretagna (1965): in esso si evidenziava la crescente difficoltà e il sempre maggiore imbarazzo degli abitanti delle città nel prendere parte ai funerali e nel dar vita a quei comportamenti relazionali “normali” che fino ad allora ci si attendeva nei confronti delle persone colpite da una grave perdita; ed emergeva l’isolamento in cui venivano lasciati i vedovi e le altre persone in lutto, alle quali letteralmente gli amici e i conoscenti “non sapevano che dire”. Se il libro di Gorer fu un campanello d’allarme per molti sorprendente (anche se, come La lettera rubata, la realtà che descriveva era sotto gli occhi di tutti), con la tempestività propria delle punte avanzate della cultura di massa appena un anno dopo erano i Beatles non solo a denunciare il passaggio in corso, ma a coglierne in una sintesi folgorante tutta la portata.

“Eleanor Rigby died in the church and was buried along with her name

Nobody came

Father McKenzie wiping the dirt from his hands as he walks from the grave

No one was saved”.

Da dove viene tutta la gente sola, all the lonely people, non si sa; ma è chiaro, dai versi di McCartney, che là andremo tutti a finire, e che il momento del passaggio tra la vita e la morte ci vedrà più soli che mai. È come se alla varietà di pubblici cerimoniali funebri, su cui gli antropologi si sono a lungo accaniti, se ne fosse aggiunto un altro, forse il più paradossale di tutti: il funerale senza nessuno. Un cerimoniale non pubblico ma privato, fino a non essere neanche più un vero cerimoniale, che non allevia la solitudine e al contrario la enfatizza. Privato come la fede a cui fa (o non fa) riferimento.

Come hanno dimostrato i decenni successivi, lo svuotamento dei “normali” riti non impedisce, e al contrario sembra favorire, i cerimoniali d’eccezione, estremi per numero di presenze ed esasperazione dei toni. Lo si è visto in diverse occasioni che possono essere definite “in mondovisione”, a condizione che il termine venga preso senza valutazioni, come dato di fatto: dal funerale di papa Wojtyla a quello di Lady Diana, dove al posto di una fede condivisa si è insediata una condivisione informativa, e narrativa. L’uso e abuso dell’espressione “mediatico”, soprattutto da parte dei cattolici più ostili a papa Giovanni Paolo II, dice in questo caso una verità, e insieme la deforma. Perché è indubbio che in quelle grandi cerimonie il ruolo della televisione, in particolare, è stato decisivo nel convogliare le persone e nel fare da specchio alla loro mobilitazione, oltre che nel creare in chi seguiva il tutto da casa un’emozione altrettanto viva seppure fisicamente meno diretta; ma, se il termine “mediatico” ha implicazioni riduttive e in qualche misura addirittura sprezzanti (e normalmente le ha), invece di aiutare a capire, produce confusione. Induce a pensare che si sia trattato di una partecipazione vicaria, imitativa e (vogliamo usare l’aggettivo più connotato e valutativo?) “inautentica”, cosa che non fa giustizia né alle motivazioni né all’intensità di quell’esperienza collettiva. Nell’Italia cattolica come nel Regno Unito anglicano, e in tutto il mondo raggiunto dalla diretta, decine di milioni di persone hanno vissuto grazie alla televisione quei riti anomali, in entrambi i casi “inventati” perché senza precedenti, ma insieme autorevoli e consolidati in quanto facevano riferimento a sistemi religiosi ad alto profilo istituzionale: funerali che sembravano condensare, e compensare, per un attimo tante cerimonie funebri rimaste deserte.

My way

Ma l’Occidente non è, in questo campo almeno, una realtà univoca come si tende di solito a pensare. Nella grande repubblica (prevalentemente) cristiana d’oltre Oceano le cose sono andate almeno in parte diversamente rispetto a gran parte d’Europa. La secolarizzazione là non ha assunto la forma dell’ateismo diffuso, e neppure dell’agnosticismo dichiarato, ma si è visto piuttosto un accentuarsi del carattere personale delle scelte in materia religiosa: cosa che ha fatto del revival evangelico, con la sua virulenta ostilità al secular humanism e al “relativismo”, un fenomeno di controtendenza ma insieme una parte dello stesso processo, in quanto il cristiano “rinato” (born again) si presenta pur sempre come il frutto non di una religiosità condivisa ma di una “scelta di vita” strettamente personale. Sempre di secolarizzazione si tratta, lo sottolinea ancora giustamente Charles Taylor, sebbene con la differenza non piccola che, negli Usa, la fede in Dio, in una divinità qualunque anche se quasi sempre monoteistica (ammesso che di monoteismo si possa parlare per il trinitarismo cristiano), è l’opzione, oltre che prevalente, data per scontata. In God We Trust. Tutti, o quasi. Anche se non tutti e non necessariamente in uno stesso God. Anche se in quale Dio credere e confidare lo scegliamo noi. Anche se coloro che Dio lo danno per scontato sono il ventre molle della religiosità americana, mentre coloro che più ci credono sentono il bisogno di passare attraverso una rottura, una conversione, un “nascere di nuovo”.

Spero che non sembri troppo semplicistico parlare, per il caso americano, di una secolarizzazione di grado intermedio rispetto all’Europa. Perché se prendiamo sul serio questa definizione, allora troviamo anche qui una corrispondenza precisa con quello che è accaduto in campo funerario, come intuì già vari anni fa Philippe Ariès, e come confermano ricerche più recenti, a cominciare dal libro importante e aggiornato del sociologo Gary Laderman (2003). Confrontando il precipitare della ritualità funebre in Europa con il suo persistere, ma anche con le sue specificità, nel caso americano, lo storico francese individuava in quest’ultimo un curioso e duraturo equilibrio: un rituale nato dalla crisi dei vecchi modelli pre-moderni, ma utile a contemperare il bisogno persistente di condividere il lutto con le esigenze della società tecnologica. Le pratiche tipiche dei cerimoniali statunitensi, come l’imbalsamazione o i “salotti” funebri (funeral parlor), magari con tanto di musica, per decenni oggetto di una satira mordente da parte dell’intellettualità europea (dal Caro estinto, romanzo di Evelyn Waugh e film di Tony Richardson, alla celeberrima e infinite volte ripubblicata “inchiesta” di Jessica Mitford The American Way of Death), sono per Ariès, pur nella loro frequente grossolanità, meno inumane, più vivibili, rispetto al puro e semplice svuotamento di ogni ritualità sperimentato dagli europei.

Negli Usa, nella maggioranza dei casi, il defunto è messo al centro di un “commiato” che è per alcuni aspetti l’opposto, ma per altri in stretta continuità, con quello di cui lo stesso Ariès ci ha fatto capire l’importanza nel cristianesimo medievale. Là la buona morte consisteva nel separarsi dai propri cari con parole scelte e gesti d’affetto, prendendo con loro le disposizioni per il trapasso: stava insomma nel farsi accompagnare dai propri cari al momento finale (e infatti, cosa che ci appare stratosfericamente lontana dalla nostra sensibilità, la morte improvvisa era considerata una maledizione, come nella sopravvissuta formula napoletana puozze murì ‘e subbito). Nella Funeral Home il buon post mortem consiste invece nel morto addobbato come se morto non fosse, seduto su una poltrona, che “riceve” gli amici per l’ultimo addio, circondato di cose che ricordano la sua vita, e magari delle musiche preferite. Un tableau vivant, si direbbe, non fosse che il protagonista vivo non è più. E a proposito, vorrà pur dire qualcosa il fatto che la canzone di gran lunga preferita in questi riti sia My Way. A ricordare che, sotto l’attaccamento al rito e alla socialità che lo accompagna, rimane una visione assolutamente individualistica del mondo.

“For what is a man, what has he got?

If not himself, then he has naught.

To say the things he truly feels;

And not the words of one who kneels.

The record shows I took the blows –

And did it my way!”

Happy end

In sé la ritualità funebre statunitense non è più “cristiana” di quella europea. Non tanto per i residui dubbi sul carattere pagano dell’imbalsamazione, che nell’insieme sono sempre stati minoritari. Piuttosto, perché è comune alla ritualità americana come alla deritualizzazione europea la scomparsa dall’orizzonte del tema centrale della tradizione funebre cristiana. Il giudizio: non a caso il tema iconico più presente nei cimiteri, non a caso la chiave di un’opera letteraria centrale della tradizione cattolica come la Commedia dantesca. Per capirci conviene riprendere le categorie proposte dall’importante studio dell’egittologo Jan Assman, che distingue tre rappresentazioni della morte tutte presenti nella cultura egizia: una centrata sulla morte come “ritorno a casa”, sull’approdo a una divinità materna, accogliente e consolatrice; una sulla morte come mistero perennemente irrisolto; una sulla morte come luogo del giudizio. A ben vedere, le tre rappresentazioni si sono in parte intrecciate, in parte maggiore alternate, lungo la storia dell’Occidente. Certo è che nella tradizione cristiana al centro del rito funebre è proprio il giudizio, anzi il doppio giudizio, quello immediato e quello finale, “universale”: il senso del rito funebre è accompagnare l’anima a trovare il proprio destino, aiutandola con le preghiere e, nel rito cattolico, con le intercessioni delle anime sante, intercessioni che nel secondo millennio hanno dato luogo all’idea, così rassicurante, del Purgatorio. La centralità del giudizio si è persa: per molti credenti con l’idea (semplicemente impensabile nella fase precedente) di un “Inferno vuoto”; per i non credenti con la caduta dell’idea stessa di un giudice. Negli Usa i dubbi sull’inferno toccano ancora più di quanto accada nel cattolicesimo le chiese protestanti tradizionali, mentre nelle aree della cultura americana più legate alla tradizione evangelica il persistere di una fede che ancora include il diavolo e l’inferno non si fa sentire generalmente nei momenti pubblici del lutto. Che hanno comunque i tratti di un happy end.

In Europa occidentale, la secolarizzazione e la caduta dei rituali ci hanno consegnati pressoché integralmente a una rappresentazione della morte come mistero, vicino e insieme impenetrabile. Fino a sospettare una totale mancanza di senso: la morte come pura assurdità. La secolarizzazione sul modello americano, pur senza sopprimere Dio, e quindi senza arrivare a fare della morte un puro assurdo, sembra fermare il defunto, e chi lo compiange, sulla soglia del giudizio, da cui i vivi devono astenersi. E ci consegna una rappresentazione della morte un po’ ancora mistero, un po’, e forse soprattutto, ritorno a una dimora materna. Home è non a caso una parola-chiave nella way of death americana: come le stanze dei defunti nei grandi sepolcri del mondo classico, si crea uno spazio domestico in cui il morto e i suoi cari si possano riconoscere. Solo che se nel mondo classico era una dimora permanente, negli Usa delle Funeral Home è temporanea, in affitto, in attesa della sepoltura definitiva: è una rappresentazione imbellita che si vuole però realistica, che come un film di famiglia vuole rappresentare la famiglia stessa, e per questo cerca sistematicamente i momenti migliori. Ha, dicevamo, i tratti di un happy end che spetta a tutti, poi se il giudizio ci sarà se la vedrà il morto con il suo Dio.

Così la ritualità funebre americana è insieme contraddittoria e conciliante: individualistica e socievole, credente senza religione di Stato e senza obblighi dall’alto (“not the words of one who kneels“), aperta a tutti ma a condizione di pagare il prezzo di mercato, attaccata ai propri cerimoniali ma attraverso tradizioni abbastanza consapevolmente inventate. La pratica dell’imbalsamazione, per esempio, venne introdotta, come dimostra l’importante studio di Drew Gilpin Faust sull’esperienza della morte nella guerra di secessione, proprio negli anni del conflitto tra Nord e Sud, per permettere ai morti in battaglia funerali “decenti”, lontani dai campi di battaglia; quando si generalizzò, anche in quanto parte di una società che si affidava alla tecnologia in ogni momento della vita (e oltre), venne “legittimata”, contro i dubbi espressi da alcuni ambienti religiosi, attraverso ricorrenti riferimenti a presunte pratiche analoghe dell’antichità cristiana o ebraica. Una tradizione inventata di cui quasi nessuno sa spiegare il successo: ma è una pratica così radicata che attualmente 39 Stati su 50 hanno leggi che obbligano tutti coloro che vogliono esercitare il mestiere di impresario funebre a dimostrare la propria competenza professionale nell’imbalsamazione. Una specie di esame di Stato.

L’imbalsamazione, e più in generale l’American way of death, è così una via moderata, conciliante, alla deritualizzazione, che corrisponde a un modello intermedio e moderato di secolarizzazione, centrato non sull’allontanamento da Dio (anzi), ma sulla piena privatizzazione del culto. Che rende gli Stati Uniti un paese diverso da tutti gli altri, pur essendo al centro di tutto.

Modernità, con moderazione

O forse è al centro di tutto anche per la sua diversità. Ho sempre pensato che la supremazia degli Usa nella cultura di massa di tutto il mondo derivasse da un modo peculiare, e peculiarmente intermedio, di affrontare alcuni dei passaggi più traumatici dell’esperienza ottocentesca e soprattutto novecentesca. La forza della moderazione anziché la forza della modernità? Piuttosto, un modo deciso nei tempi, ma insieme temperato nei valori e nelle risonanze, di introdurre e vivere la modernità tecnica e sociale. Che ha dato vita a un repertorio simbolico insieme singolarmente ingenuo e singolarmente funzionale, enciclopedico e rassicurante. Che ha permesso a tutti di sentirsi accolti, pur nella varietà estrema delle visioni del mondo, senza le implicazioni nichilistiche che la secolarizzazione ha portato con sé nell’esperienza europea. O almeno, senza sentirne troppo il peso.

È anche per questo che la rappresentazione americana della morte ha avuto nella cultura di massa, del cinema e prima della tv poi, una presenza doppia. Da una parte, la ritualità delle funeral home in quanto tale è rimasta sostanzialmente ai margini, condannata a oggetto di acre ironia da film come quello già ricordato di Richardson (inglese il regista e il romanzo originale, ma americana la produzione). Fino al nuovo secolo e a Six Feet Under, la serie ideata da Alan Ball di grande successo e di durata relativamente breve (quattro anni, con chiusura determinata da una decisione autoriale), che rappresenta essa stessa una conciliazione degli opposti: da un lato una rappresentazione sostanzialmente simpatetica della professione di funeral director, con simpatia accresciuta dal fatto che si tratta di un family business in un mondo attraversato dalla forte concentrazione del settore; dall’altro, comunque, uno “svelamento” proprio di quelle pratiche che generalmente ogni impresa funebre che si rispetti ci tiene a mantenere, se non segrete, quanto meno riservate. Un successo, comunque, soprattutto americano e (sarebbe interessante vedere perché) britannico, che non ha lasciato grandi tracce nella memoria degli spettatori italiani. Un successo che sembra sottolineare la specificità più che l’universalità della cultura tv statunitense.

Al tempo stesso, però, nel cinema e poi nella televisione americana troviamo, in modo ricorrente, una messe di narrazioni insieme educative e consolatorie, una sorta di via pop a quella che un tempo si chiamava ars moriendi. Dando vita a prodotti di larghissimo consumo internazionale. Era già avvenuto, e non a caso negli anni della seconda guerra mondiale, con una strana ondata di film (che attrassero l’attenzione di un finissimo saggista quale Roger Caillois) come Il paradiso può attendere o Joe il pilota, dedicati a raccontare la morte dal punto di vista del defunto, rappresentandola come un curioso e razionale sistema burocratico che “processa” le anime, non tanto nel senso del giudicarle quanto nel sottoporle a tutte le routine prima di archiviarne la pratica. Un sistema umano nella sua banalità e nella sua somiglianza alle organizzazioni terrene, certo ben poco divino. Al centro dei film c’era comunque l’accettazione del destino da parte di chi muore, così come la capacità di chi resta di staccarsi, non per disamore ma perché la vita continua. Film che curiosamente, in una cultura impregnata di protestantesimo, sembrano incentrati su una sorta di Purgatorio, un passaggio intermedio che precede il distacco definitivo. Ma forse più che un Purgatorio è semplicemente la fase affettivamente delicatissima che in quasi tutte le culture si frappone tra la morte fisica e la definitiva separazione dal mondo dei vivi.

Non a caso, è proprio con un remake di Joe il pilota, il film di Steven Spielberg Always, e con un film quasi contemporaneo e coronato da un successo straordinario, Ghost di Jerry Zucker, che si manifesta un vero e proprio revival del tema. Dove, come ho mostrato altrove, il cinema assume un compito propriamente pedagogico, mostrando a un pubblico non a caso soprattutto adolescente le tappe del freudiano “lavoro del lutto” una dopo l’altra, e incarnando il processo del distacco, astutamente, non nel sopravvissuto (che ha già abbastanza problemi di colpa per prendersi anche il carico di mollare il defunto) ma nel morto, che insegna a se stesso, e per questa via a chi rimane sulla Terra, i passi dell’allontanamento. Non i riti sono al centro di queste storie (e delle loro versioni “soprannaturali”, a cominciare da The Sixth Sense), ma le relazioni affettive e la loro frattura. Non è esagerato trovare eco di questa rappresentazione della morte in una serie come Cold Case, dove una squadra specializzata si assume il compito di “chiudere” (cioè seppellire definitivamente al loro posto in archivio) storie di assassini irrisolti, veri e propri fantasmi in attesa di una “soluzione” del caso che è anche l’approdo alla quiete. Loro e i loro cari, trattati tutti o quasi, almeno per un momento, come sospetti, come per un rito di passaggio finale.

Lutto in serie

È diversa ma in fondo altrettanto pedagogica, e più interessante in quanto più attenta alla ricerca di una ritualità, la rappresentazione del lutto che troviamo in alcuni episodi delle serie tv di questi anni. Ne ho individuati tre, va detto abbastanza casualmente: la puntata di E.R. in cui, dopo la morte di Greg Pratt (Mekhi Phifer), i colleghi e amici si ritrovano a parlare di lui; la puntata di The District imperniata su un funerale, di cui non si vede alcun aspetto religioso, ma che è costituito da una serie di testimonianze; la puntata di Desperate Housewives in cui, all’annuncio della morte del tuttofare Eli Scruggs (Beau Bridges), i personaggi nella cui vita Eli aveva avuto un ruolo vivono un lungo flashback.

Sono serie, per il resto, molto diverse fra loro, non solo per qualità; e anche le formule narrative seguite presentano differenze importanti: nel caso di Desperate Housewives, in particolare, non ci sono riunioni né formali né informali e non c’è un racconto orale. Ma tra tutti e tre gli esempi, e altri analoghi che mi sono sfuggiti, c’è un evidente tratto comune: la com-memorazione. Intesa come il lavoro della memoria nel ripensare il morto attraverso il racconto, sommando le esperienze dei singoli per creare un’immagine condivisa, come comune è la perdita, e al fine di vivere insieme per quanto possibile anche il distacco; rendendo possibile alla persona al centro del lutto, il compagno o la compagna del defunto, di vivere il proprio dolore senza essere costretta a esprimerlo troppo direttamente (dopo tutto questo potrebbe creare imbarazzo…). Dove la condivisione non è solo tra i personaggi, ma anche e soprattutto con lo spettatore, invitato al rito come com-partecipe invisibile: un amico del morto lui stesso, che ne ha seguito magari per anni la vita e i pensieri.

Ma è un rito quello descritto in questi episodi? Qui le differenze diventano interessanti: perché se in The District siamo di fronte alla torsione nuova data a un rito relativamente tradizionale, se in Desperate Housewives la com-memorazione avviene più nel rapporto con lo spettatore che sulla scena, in E.R. si può forse parlare, consapevoli che si tratta di un’espressione impegnativa, di un cerimoniale “allo stato nascente”. Vissuto da tutti i personaggi, e dallo spettatore con loro (basti vedere la presenza di Greg Pratt e della sua morte su YouTube), proprio nel suo intreccio di informalità e formalità. L’incontro, davanti a una grande foto di Pratt presso cui si avvicendano i diversi personaggi a raccontare ciascuno un momento della sua vita in cui il morto aveva avuto un ruolo, si svolge in un bar, luogo tra i meno santificabili in una cultura che guarda pur sempre l’alcool con sospetto, eppure nessuno pensa neanche per un attimo che ci possa essere luogo più adatto; d’altra parte sono tutti vestiti di nero e in abiti sostanzialmente cerimoniali. Come non li abbiamo visti, né prima né dopo, in altre puntate della serie. Sembra quasi un suggerimento, un modo “giusto” per affrontare la morte, che può essere fatto proprio dallo spettatore anche nella vita reale.

Al centro di questo rito inventato, non il corpo del morto o una sua dimora per quanto provvisoria, ma il ricordo come evocazione e insieme come relazione tra chi rammemora e chi viene rammemorato. E soprattutto i ricordi. Perché quello che conta è la dimensione del racconto plurimo. L’intreccio di storie, e con i racconti dei punti di vista, da architrave di una formula narrativa (quella potremmo dire dei “classici” della nuova serialità, come si parla di un “cinema classico” hollywoodiano) diventa strumento per elaborare un passaggio difficile e inevitabile.

In realtà, il racconto è sempre stato parte dei riti funebri, e ce lo ricorda uno dei libri più importanti su questa materia, Morte e pianto rituale di De Martino. Ma nel “pianto antico” della tradizione classica, che si è a lungo prolungato anche in era cristiana, si trattava di uno strumento di sfogo per la persona più colpita: nella “protezione” che le sue parole e le sue grida trovavano nel rito e nella comunità stava la possibilità di esprimere la sofferenza fin quasi alla follia, proprio per tenere la follia sotto controllo. Il racconto multiplo si sostituisce ora al racconto protetto, che è anche sempre “urlo protetto”, del pianto antico: ciascuno sottolinea la relazione, come un tesoro che continua e insieme come un merito del morto, sottintendendo il dato più drammatico, il fatto che quella relazione sia in realtà spezzata. Il racconto scambievole, a turno, costruisce un rito più pacato (forse proprio per questo meno bisognoso di confini liturgici) dal quale la persona più colpita non viene spinta a parlare né tanto meno a strapparsi i capelli, quanto piuttosto a sentirsi, con l’amato che se n’è andato, al centro di una rete, di una comunità fatta di storie. Così la capacità, che è propria della nuova serialità, di raccontare le organizzazioni, sottolinea il bisogno che tutti hanno, pur nella fase dell’individualismo più ideologizzato, di una rete protettiva, che cadute le religioni condivise può coincidere, semplicemente, con l’apparato in cui passiamo tanta parte delle nostre giornate.

Così l’aspetto più coinvolgente e sconvolgente della serialità, la sua capacità di seguire e in qualche modo simulare il ritmo della vita, si estende anche oltre la vita stessa.