Ispirazione statunitense, format italiano e circolazione internazionale. Comedy Central News è riuscito a esportare la cosa più difficile, la comicità. Ce ne parla il suo creatore.

Ci sono un italiano, uno spagnolo e un tedesco. Non è l’inizio di una barzelletta dove il proverbiale francese è stato sostituito con un più originale iberico, ma la provenienza geografica dei tre frontman (in ordine inverso: Ingmar Stadelmann, Antonio Castelo e il sottoscritto) delle rispettive edizioni nazionali di CCN – Comedy Central News, il format di Comedy Central che vanta un’esportabilità più unica che rara per un programma comico-satirico: c’è stata anche una versione sudafricana guidata dal comico Sne Dladla; c’è stato un tentativo – finora fermo alla puntata pilota – di esportarlo persino in un esotico paese musulmano dove (mi dicono) sarebbe stato il primo programma tv satirico nella storia di quel paese – forse è per quello non si è più fatto; e sono allo studio altre edizioni locali. Inoltre, da nazione a nazione e di anno in anno, CCN ha cambiato forma più volte: partito quattro anni fa in Italia come una striscia satirica di dieci minuti in prime time, e così inizialmente rifatto anche altrove, da noi e in Spagna si è evoluto in un late night show di seconda serata vero e proprio, settimanale e di trenta minuti.

Qual è il segreto del cosmopolitismo di CCN e della sua adattabilità non solo ai diversi humour e gusti nazionali, ma a vari formati e declinazioni possibili? Come è stato possibile che una piccola striscia satirica, per giunta ideata e realizzata per la prima volta in Italia (non proprio uno dei primi esportatori di tv) sia diventata un format globale tanto versatile? Io stesso che ne sono il creatore, e mi accingo a ripensare il programma per la terza volta alla vigilia della quinta stagione, sono in cerca di una risposta.

Nascita di un format

CCN – Comedy Central News nasce (o meglio: è concepito) in una mattina di settembre 2014, negli uffici milanesi di Comedy Central Italia. Ero stato convocato lì dalla direzione di rete per affidarmi l’ideazione e realizzazione della relativa puntata pilota di un nuovo programma satirico, il cui titolo era già stato deciso dovesse giocare all’equivoco con la CNN (scoprii poi che lo stesso titolo era già stato usato per un omonimo tg satirico anni prima, in Polonia). “Hai presente John Oliver?”, mi chiese la direzione, riferendosi agli editoriali satirici del comico inglese alla guida dell’allora neonato Last Week Tonight su Hbo, che stavano avendo una certa eco social anche qui; io chiesi subito dove dovevo firmare.

La scintilla originaria di CCN è allora una dichiarata discendenza dal “modello americano”: desk satirici contraddistinti da una scrittura comica molto articolata e ritmata, un punto di vista forte e spesso provocatorio, e un uso dinamico e non solo illustrativo della grafica. Il late show satirico all’americana era (ed è) molto esotico per l’Italia: a parte le due interpretazioni da parte di Daniele Luttazzi con Barracuda (1998) e Satyricon (2001) non esistevano altri esemplari nel nostro paese; i riferimenti, dunque, erano tutti “mitologici”, cioè direttamente quei modelli americani (The Daily Show, The Colbert Report, il già citato Last Week Tonight) che internet aveva reso possibile vedere anche qui, almeno in parte.

Diverso è il caso della Germania, dove già dal 2009 su Zdf va in onda l’Heute Show condotto da Oliver Welke, un programma live di notizie satiriche; e dal 2013 su Zdf Neo, canale rivolto a un pubblico più giovane, il comico satirico Jan Bohmermann conduce il Neo Magazine Royale: meno impostato come parodia di un programma di news, più late night, ma sempre molto legato alla satira politica e alle notizie del giorno. “È proprio questo che ci piaceva di CCN quando abbiamo deciso di farlo anche noi”, mi racconta Daniela Mayer, manager content developer & production di Comedy Central Germania. “Il fatto che non trattasse le notizie del giorno ma un tema generico, visto da un punto di vista satirico, era qualcosa che prima non c’era!”. “CCN non è il classico late show, dove si trattano vari argomenti d’attualità, di solito politici”, le fa eco Nuria Martinez, sua omologa spagnola. “C’è un solo tema a puntata, e si esplorano le possibili connessioni con l’attualità”. Centralità e unicità del tema, dunque.

Un passo indietro dalla stretta attualità

Il mandato editoriale che ebbi da Comedy Central nel 2014 fu di ideare un programma quotidiano di satira “all’americana” sull’attualità, ma tenendo presenti due aspetti strutturali apparentemente antitetici con il concetto di “quotidiano” e di “attualità” : il canale non poteva andare in diretta, e doveva essere garantita la massima replicabilità del programma. Il problema che si poneva era: si poteva fare satira, per di più tutti i giorni, senza dipendere dalle notizie del giorno e facendo battute “a lunga conservazione”, che resistessero nel tempo? Io e la squadra di autori (Francesco Lancia in primis, e poi Paolo Cananzi, Marco Vicari, Walter Fontana, a cui negli anni si sono aggiunti Chiara Galeazzi e Stefano Pisani) trovammo la risposta nel concentrare ogni puntata (allora di 10 minuti) su un solo tema “d’attualità”: intesa non come la contingenza dei titoli sulle homepage dei siti d’informazione ma come contemporaneità. Avevamo chiaro infatti quanto il quotidiano flusso ininterrotto di informazioni, amplificato dall’isteria social, rendesse le notizie del giorno effimere; e di conseguenza anche la satira su di esse, ridotta a mero “usa e getta”. Era meglio fare uno zoom-out rispetto alle prime pagine e ai news feed, individuare alcuni grandi temi sempre d’attualità (immigrazione; privacy; democrazia; lavoro; ma anche più filosofici come la felicità, lo stress) e trattarli da angolazioni insolite, provocatorie, talvolta surreali. Questo approccio, che liberava la satira dalla fissazione per la politica e dalla schiavitù nei confronti delle notizie del giorno, funzionò: aguzzando l’ingegno, eravamo riusciti a fare di necessità virtù; ed è questa cifra ad aver colpito a livello internazionale. Spostando il peso del programma non su una variabile incontrollabile, imprevedibile e irreplicabile come l’attualità, ma sulla creatività.

“Il mio CCN è un news show dove l’informazione si combina con un punto di vista molto tagliente”, mi racconta Antonio Castelo, il comico che conduce CCN in Spagna ed è stato scelto dal canale anche per la sua notorietà presso il pubblico della seconda serata grazie a una serie di inchieste di strada che ha realizzato per varie trasmissioni satiriche spagnole. “Certamente le battute sono la parte più importante, ma nel mio CCN incoraggio sempre gli autori a fare uno sforzo sulla premessa di ogni puntata: quando il tema che affrontiamo è stato ben approfondito, farci delle battute sopra è più facile, e di solito sono anche più potenti”. Il taglio più informativo che Antonio ha dato al suo CCN è solo una delle possibili strade che può prendere la scrittura del programma. In Italia per esempio, sin dalla prima stagione, assieme agli altri autori non solo raccoglievo moltissimo materiale e notizie sul tema di puntata, ma speculavamo anche molto sul tema, galoppando con la fantasia. Facevamo quella che chiamo “satira creativa”, la possibilità cioè di esplicitare il punto di vista su un determinato argomento attraverso veri e propri sketch, o attraverso i meccanismi della sitcom – genere con il quale le prime due stagioni erano molto ibridate: quando parlavamo di inquinamento, lo studio era usato come discarica per i rifiuti; quando parlavamo di mafia, subivo minacce in trasmissione per non aver pagato il pizzo; nell’episodio dedicato all’immigrazione, un venditore di rose mi importunava continuamente durante la puntata. La commistione fra desk satirico e sketch esterni filmati è la strada attualmente percorsa dal CCN tedesco.

Un programma piattaforma

Il fatto che uno stesso programma possa prendere strade così diverse giustifica perché sia così esportabile e adattabile alle diverse sensibilità: CCN nasce come un ibrido (un po’ late night, un po’ sketch-com, un po’ sitcom) e in quanto tale può essere rielaborato più volte, variando o dosando diversamente gli innesti a seconda delle diverse esigenze o volontà. Il segreto di CCN sta nel suo essere un format aperto, per certi aspetti indefinito: è solo un comico che parla di un grande tema d’attualità dietro una scrivania, e all’interno del suo discorso si innestano grafiche, contributi, inviati, sketch, persino ospiti da intervistare o coinvolgere in gag. Un programma non contenitore, perché non neutro, bensì piattaforma, perché è costruito come una rampa di lancio per diversi contenuti determinati dal tema di puntata a dall’angolatura comico-satirica con la quale si è deciso di trattarlo.

Alla fine, quale che sia il taglio che ciascun paese vuol dare al suo CCN, solo una cosa è però veramente importante: la scrittura. Quando ho chiesto sia a Daniela che a Nuria di riassumere in una parola l’identità di CCN, entrambe hanno usato la parola “qualità”. Che, tradotto nei termini pragmatici di chi il programma lo fa, vuol dire “scrittura”. Perché per costruire un’intera puntata (che sia di dieci o trenta minuti, con o senza ospiti, poco importa), su un unico tema e sulle sue più varie implicazioni, con un punto di vista forte e originale, e un sufficiente numero di idee comiche creative e divertenti, devi avere bravi autori. E se questo può apparentemente rendere un programma come CCN difficile da replicare, dall’altra spiega ancora una volta la sua carriera internazionale: CCN, nel suo complesso di edizioni e conduttori in giro per il mondo, sta alla tradizione della late night tv come la così detta quality tv sta a quella della serialità americana. In entrambi i fenomeni, ci si trova di fronte a prodotti non canonici, complessi e articolati, che trattano argomenti controversi – o, come nel caso specifico delle satira sui grandi temi, meno battuti – e fondati su una scrittura forte.

CCN, programma italiano ispirato a quelli americani e divenuto format internazionale, funziona proprio perché non è un calco del late night ma un suo ripensamento, una rielaborazione più contemporanea: assimilato e digerito, lo ripropone senza liturgie e con un’identità forte proprio nel suo essere ibrida, indefinita, aperta a diverse possibilità, ma la cui forma ruota sempre attorno al contenuto. E pensare che io volevo solo fare John Oliver.