Dal nostro inviato alla prima edizione del nuovo festival televisivo appena concluso a Cannes, qualche parola sulle necessità (e sulle molte difficoltà) di una rassegna seriale.

Viviamo davvero nella “Golden Age of Global TV”, come ha dichiarato Harlan Coben, presidente della giuria del concorso internazionale della prima edizione di Canneseries, nella cerimonia di premiazione? Di Golden Age si parla ormai da anni, quindi la novità sta tutta nella parola Global. E se c’è una riflessione che questo nuovo festival ci lascia è proprio quella sulla diffusione sempre più internazionale delle serie tv, che con l’avvento del non lineare ha avuto un’accelerazione vertiginosa, ma che in fondo è ancora lontana da un facile assorbimento dei prodotti più esotici. Dimostrare che titoli di grande livello, adatti ai pubblici più raffinati e capaci di superare le barriere linguistiche e culturali si trovano in tutti gli angoli del mondo è stata la principale sfida del festival. Vinta però solo fino a un certo punto. O, meglio, vinta nel verdetto della giuria, che ha snobbato l’unica serie di lingua inglese, preferendo le produzioni italiane, israeliane e norvegesi. Ma è stato piuttosto chiaro ai presenti come proprio la serie angloamericana fosse superiore, per lo meno come scrittura e soggetto. E i premi assegnati sono pur sempre rimasti in un’area geografica occidentale, snobbando le produzioni messicane e sudcoreane, che nonostante il successo nelle aree d’origine restano poco assimilabili dal pubblico europeo e americano.

Pop ma non troppo

Colpisce poi la totale assenza di produzioni in lingua francese (nemmeno fuori concorso), cosa che nell’altro Festival di Cannes, quello del cinema, sarebbe semplicemente inimmaginabile. Qui invece non pare si sia scatenato grande clamore, e anche chi ha mosso delle critiche, come la secca bocciatura del quotidiano Libération, ha attaccato la qualità delle serie senza farne però una questione nazionale. L’evento del resto muove ora i primi passi. Il vero festival seriale francofono è Series Mania, che ha ottenuto fondi statali e da Parigi è migrato a Lille: qui, sottolinea Libération, parteciperanno anche Hbo e Amazon, rimarcando che nonostante Canneseries si sia appoggiato al mercato MipTv non è riuscito a guadagnare una grande attrattiva per i player internazionali più importanti.

Del resto si tratta pur sempre della prima edizione, e il mondo della tv ha un rapporto molto diverso con i festival, a cui non attribuisce troppa importanza nel lancio dei propri titoli, a meno che serie di prestigio cinematografico non trovino spazio nei programmi di quelli del cinema, come Twin Peaks e Top of the Lake nell’altra Cannes dell’anno scorso. Eppure intorno alle date di Canneseries sono partiti molti titoli forti tra Stati Uniti e Gran Bretagna: Killing Eve è finita in concorso, ma l’assenza di tutto il resto fa quasi pensare che ci sia stata la volontà di non rendere il festival troppo pop.

Come scrive anche Libération, aver evitato grandi produzioni e grandi studios (Netflix ha portato Safe, ma fuori concorso, e Undercover, una produzione principalmente belga e senza star) e aver preferito uno sguardo il più internazionale possibile avrebbe dovuto dare un esito di ricerca e originalità, ma la selezione (fatta su circa 130 pilot) ha mancato di stupire. A poco serve allora aver indovinato cerimonie di apertura e di chiusura piuttosto spettacolari e divertenti (in particolare la seconda, dove ogni premio era preceduto da un numero a tema, comico o musicale) e non basta a dare rilevanza al festival neppure la quantità di ospiti, tra masterclass, giurati e delegazioni delle serie in concorso. Se uno dei mantra dell’industria recita che content is king, qui proprio la linea editoriale ha mancato di impressionare.

C’è aria di vecchio fin dalle tipologie di premio, dove figurano miglior serie, miglior sceneggiatura, miglior musica, miglior interpretazione e miglior cast, ma manca la miglior regia, come se si pensasse che ancora la tv sia solo questione di scrittura, come se non abbondassero anche in Europa i registi il cui stile visivo è cruciale nel definire una serie. Ci sono gli inciampi tipici delle prime edizioni, che segnalano sia l’ingenuità e l’inesperienza di chi ha messo in piedi il festival, sia (e forse soprattutto) una posizione di debolezza dell’organizzazione rispetto ai produttori e distributori. Più in generale, per quanto le serie televisive godano di grande popolarità, un festival a loro dedicato è qualcosa che ancora il pubblico e l’industria faticano ad abbracciare fino in fondo.

Perché un festival

Se la platea degli spettatori è abituata a muoversi per andare al cinema e considera la proiezione un evento collettivo, con la tv la sala è una sorta di bizzarria. Ci sono state eccezioni, dal Trono di spade in America a Gomorra in Italia, fino alle maratone di Heimat, ma valgono solo per certi titoli, e di solito il pubblico non ha (ancora) la curiosità per prodotti di tutti gli angoli del mondo che caratterizza i cinefili. A loro volta, i distributori, salvo rare eccezioni come Beta, non hanno addetti a gestire i rapporti con i festival, e spesso non capiscono nemmeno perché potrebbe servire. E anche i produttori, fuori dall’area europea e anglofona, non hanno particolare dimestichezza con il concetto di serie “di prestigio” e realizzano contenuti in forme diverse, più affini al loro mercato, rendendo complicati i confronti (si pensi alla fotografia piatta delle serie israeliane o asiatiche, che non turba il pubblico locale, ma balza all’occhio se messa a fianco di produzioni europee o nordamericane).

Fa tuttora discutere l’idea di presentare solo il primo episodio di una serie, di sottoporle al giudizio della giuria sulla base di una sola puntata: così si premiano i pilot, non le serie. La giuria ha giustificato il suo ruolo dicendo che in fondo anche il pubblico giudica così e, di fronte a un’offerta sterminata, decide se proseguire o meno nella visione sulla base del primo episodio. Ma quando si vede una stagione intera il giudizio può cambiare, e diventa cruciale verificare se le promesse del pilota siano state mantenute. Un programma con blocchi da 6, 8 o 10 ore però, ovviamente, non è pensabile. Si potrebbe fare in modo che alla giuria siano disponibili le intere stagioni, ma a quel punto trovare giurati internazionali che accettino di valutare un centinaio di ore, vedendole in maratone private, non pare affatto facile. E così cadrebbe la parità con il pubblico e la critica, che si troverebbe in una posizione di svantaggio rispetto alla giuria e non potrebbe commentarne le scelte. Se più di una ragione porta a mostrare solo il pilot, allo stesso tempo un buon festival dovrebbe proporre una manciata di titoli in modo più completo.

Tra gli altri punti critici di un’edizione ancora del tutto in fieri sono l’assenza di una sezione di retrospettiva, che guardi oltre la ristretta finestra del presente scoprendo gioielli del passato seriale ancora poco conosciuti e celebrando anniversari, e la lacuna sulle comedy e sulle serie di genere, visti il formato di un’ora di tutte le produzioni e il tono prevalentemente drammatico di gran parte dei titoli.

Canneseries resta comunque un importante passo per la visibilità della tv internazionale. Ma serve una linea editoriale molto più forte, meno ristretta, più decisa nel dettare la rotta. Se non lo farà Cannes, che dalla sua ha i fondi, i contatti e l’allure innegabile della Croisette, lo dovranno fare, ma con maggior fatica, altre manifestazioni. Si tratta di un terreno difficile e ricco di criticità, ma anche una grande sfida culturale, che a fronte dell’importanza assunta dalla serialità televisiva non può più essere rinviata.

Le pagelle del festival

The Truth About the Henry Quebert Affair (fuori concorso). Tratta dal romanzo di Joël Dicker, diretta da Jean Jacques-Annaud, con Patrick Dempsey come protagonista. Ingiudicabile, se ne è visto solo una sorta di lunghissimo trailer.

Safe (fuori concorso). Scritta dal romanziere americano Harlan Coben, ma ambientata in Inghilterra e con Michael C. Hall come protagonista, vorrebbe dirci quanto la sicurezza delle gated community e dei loro sistemi di sorveglianza sia un’illusione. Purtroppo è un thriller abbastanza dozzinale, con situazioni improbabili accumulate in gran velocità, sperando che il pubblico non presti troppa attenzione.

When Heroes Fly (miglior serie). Un gruppo di quattro giovani veterani delle forze speciali israeliane è turbato dall’apparente ricomparsa in Colombia di una donna, amante di uno di loro e sorella di un altro, che tutti credevano morta. Riflessione sulla memoria di fronte alla guerra, ma visivamente piuttosto piatta e scritta con alcune semplificazioni imperdonabili.

State of Happiness (miglior musica e miglior sceneggiatura). Period drama ambientato in Norvegia alla fine degli anni Sessanta, con la ricerca del petrolio su una piattaforma che travolge la vita di una vicina comunità. Ben confezionata, al punto da risultare calligrafica, poco brillante nella scrittura.

Míguel (miglior cast). Dalla storia vera di Tom Salama, israeliano gay che poco più che ventenne vuole adottare un figlio e realizza il suo sogno in Guatemala, dove però si scontra con una realtà ben diversa dalle sue fantasie sulla paternità. Visivamente discutibile, ha dalla sua una storia dura, che non prende scorciatoie, e un ottimo cast, che però a tratti manca di graffiare.

Il cacciatore (migliore interpretazione, per Francesco Montanari). Già in onda in Italia, la serie è tra i titoli visivamente più curati del festival.

Félix. Tra le prime serie della spagnola Movistar, ha per protagonista l’argentino Leonardo Sbaraglia nei panni di un uomo ingenuo che cerca di ritrovare una misteriosa donna cinese nel piccolo e pittoresco stato di Andorra, in cui avvengono traffici criminali di varia natura. Tutta concentrata sul protagonista, al centro di ogni scena, manca di qualche stimolo e finisce talvolta per scadere nel macchiettismo.  

Aquí en la Tierra. Prodotta da Gael García Bernal, che si ritaglia una piccola parte. Il protagonista è il figlio di un politico che si ritroverà a scoprire l’intrigo che ha portato all’omicidio del padre, ma almeno in questo pilot è perennemente in stato di ebbrezza. Tra i titoli dall’identità visiva più marcata e dalla narrazione più inattesa, si rimane affascinati ma perplessi, curiosi di capire se la vicenda si normalizzerà strada facendo o se manterrà un tono quasi fiabesco e surreale.

The Typist. Ha il soggetto più pulp del festival, con la stenografa della polizia che in segreto è una vigilante e colpisce chi sfugge al sistema penale, ma diventa un dramma meticoloso nella descrizione psicologica della protagonista, sia per la scrittura e l’interpretazione di Iris Berben sia per la regia di Nina Grosse. Una conferma del buono stato della nuova serialità tedesca.

Killing Eve. Un’assassina è sempre più incauta, un’annoiata analista dell’MI-5 è sempre più ossessionata da lei: due donne, una regolare e l’altra spregiudicata, una di mezz’età e l’altra giovane, sono messe a confronto in un efficace mix di umorismo e suspense dalla sceneggiatura di Phoebe Waller-Bridge. La brillantezza delle interpretazioni, e in particolare di Sandra Oh, e una parentesi in Toscana, dove l’assassina ha come bersaglio Remo Girone, completano il quadro.

Mother. Remake sudcoreano di una serie giapponese tratta da un terribile fatto di cronaca, è scritta dall’abituale sceneggiatrice di Park Chan-wook, Heong Seo-Kyeong. Avrebbe giovato maggior sintesi, ma non manca di commuovere e a fine episodio rilancia in una direzione che si vorrebbe seguire.

Undercover. Due poliziotti, molto diversi tra loro, devono entrare in confidenza con un mafioso e quindi, sotto copertura, fingono di essere una coppia di vicini di campeggio. Tratta liberamente da storie vere, è condotta con brillantezza di scrittura, sense of humor, ambientazione insolita e soprattutto regia molto mobile e dalla vivida tavolozza cromatica. Tra i più godibili fra i titoli in concorso.