Rapidi e divertenti profili che tratteggiano i tic e le specificità di alcune professioni poco note del mondo tv. Prima puntata, nel backstage dei programmi.

Il responsabile casting

Fino a qualche tempo fa, fresco di studi, si aggirava per le redazioni televisive con una cartelletta in cui raccoglieva gli articoli del politologo Diamanti e del sociologo De Rita sugli italiani. In pausa pranzo leggeva Lévi-Strauss e alla sera in metrò l’antropologo Augé.

Era convinto che una riflessione astratta sul comportamento degli esseri umani potesse essere utile alla pratica del casting, a una selezione come quella del reality (in teoria!) fedele alla rappresentazione aspirazionale del sistema mondo, o come quella del talent show volta a standardizzare l’aspirazione al successo e alla realizzazione personale senza banalizzarla. Tutto questo prima della scoperta della “televisività”, concetto evoluzione delle teorie lombrosiane, dove ai tratti somatici si aggiunge un irrazionale mix di emozione Harmony, stupore new age ed esperienza sul campo di casting.

Dividere il mondo in “chi è televisivo” e chi no è molto più facile che spiegarlo, direbbe il responsabile casting dopo poco più di un anno di provini, complessa liturgia pop di cui il nostro è il maestro di cerimonia. In effetti, osservandolo bene, sembra impossibile determinare i criteri di scelta dal mantra di domande che costituiscono il suo lavoro: “Come ti chiami? Da dove vieni? Che lavoro fai?”. La telecamera registra il candidato, e il responsabile continua: “Perché sei qui? Cosa ti aspetti da questa esperienza? Parlami un po’ di te!”. Centinaia di provinanti, esaminati a ritmi massacranti e nel caso dei talent ascoltati cantare o guardati ballare, per quanto questo conti poco (tra il 20 e il 30%) nei criteri di scelta finale. E torniamo all’idea di “televisività”, per quanto il nostro responsabile ci aiuti poco a chiarire il concetto, rispondendo in slang alla nostra domanda in merito: “Uno è televisivo se buca, se ha la faccia. Può essere televisivo anche un cesso, se ha energia. Se ha la storia, tipo genitori morti, ma non la sa raccontare allora non è televisivo. I difetti fisici sono televisivi solo se non li percepisci come difetti. Capito, no?”. No, è impossibile capire queste che sembrano farneticazioni, e stavo tralasciando quando ha detto che “i neri in Italia in tv non funzionano”.

Dobbiamo quindi concludere, d’accordo con il responsabile casting, che la “televisività” è il frutto dell’esperienza della visione coatta e collettiva dei provini, dove il mix di commenti sul provinato dà come risultato un cocktail dagli ingredienti segreti (e sconosciuti) a uso e consumo dello spettatore. La scelta, quindi, non è frutto di un compromesso tra opinioni diverse ma una sorta di casualità sistemica bene organizzata nei ritmi di produzione.

Apprendere il segreto della “televisività” è un privilegio di cui godono solo gli iniziati di lungo corso, una sorta di cintura nera di televisione che rende eletti coloro che la raggiungono. Guai però a rivelarne il segreto – “televisività” non c’è neanche su Wikipedia –: si rischia di perdere l’autorevolezza del selezionatore e di dover giustificare senza riuscirci quel “tu sì, tu no” che è il colpo segreto – salvifico e mortale – del responsabile di casting. Il nostro, imparata la lezione e diventato MC (maestro di cerimonia), ora ha smesso i panni dell’intellettuale di buone letture e passa da un casting all’altro mimetizzandosi con gli aspiranti cantanti, ballerini o semplici reality men, in cerca dell’ultimo brivido: il selezionatore dei selezionatori, quello che un giorno gli chiederà età, provenienza e sogno nel cassetto e alla fine dirà “tu no”, dando un senso in più alla sua esistenza.

Il montatore

Sarà per l’arcaica bestialità che la parola evoca, sarà per il sapore operaio della qualifica, fatto sta che il montatore è uno dei personaggi più bistrattati dell’odierno panorama televisivo, pur essendo figura essenziale alla buona fattura del prodotto, nonché spesso anima creativa dei programmi.

Il montatore è l’unico in tv ad avere il turno di notte, il reparto (la sala montaggio) e l’obbligo di produrre senza la responsabilità finale del prodotto: quella è sempre dell’autore. Basterebbe questo per spiegare come mai la maggior parte dei montatori – quasi sempre maschi con fisicità adatte alla fatica – coltivi speranze di rivoluzioni post-marxiste attraverso la lotta di classe tra borghesia (gli autori) e proletariato (i montatori stessi). Nel frattempo lavorano silenziosi davanti al computer, vestendo felpe scure col cappuccio a mo’ di black bloc e bevendo Red Bull: questa bibita, che contiene caffeina in dosi massicce, è il simbolo dello sfruttamento dei montatori, a cui viene regalata dalla produzione televisiva per tenerli svegli e aumentare il ritmo di lavoro. Sono note anche produzioni che al posto della Red Bull hanno puntato direttamente sulla cocaina, manco fossero contadini peruviani pronti a un duro inverno di raccolta sulle Ande. Date le condizioni, il riscatto del montatore – che non è economico, ma di ruolo – sembrerebbe lontano, almeno quanto lo è stato il comunismo dalla sua realizzazione.

C’è un però in questa faccenda, che ha a che fare con l’ennesima suggestione, nel caso squisitamente sessuale, del termine montatore: “colui che monta”. La quasi totalità delle autrici e redattrici televisive sfogano sul montatore tutte le proprie frustrazioni lavorative, vessando il povero cristo di ordini, richieste di correzioni, insicurezze esplicitate in sordidi comandi: “Fai così, no così, anzi così, oppure così, capito?”. La calma sexy e zen del montatore di fronte alle continue vessazioni dell’autrice innesca tra i due un rapporto che chiameremo della “bottana televisiva”. Vi ricordate il film Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto? Il rapporto sadomasochistico tra il marinaio Giannini e la borghese milanese Melato si ripropone oggi tra il montatore, portatore sano di spirito di abnegazione e sacrificio al lavoro, e l’autrice, le cui velleità e privilegi soccombono di fronte al desiderio erotico dell’uomo “che non deve chiedere mai”. Come nel film della Wertmüller, il finale è amaro e non restituisce giustizia alla dicotomia sfruttatore-sfruttato. Ma il montatore sa, da bravo artigiano (artista, spesso) della messa in fila di immagini in movimento, che quel finale si può montare diversamente.