Dal più brutto derby della storia tra Milan e Inter è nato uno dei pezzi migliori del giornalismo sportivo della tv italiana. Esattamente 40 anni dopo…

Il servizio sportivo più geniale della storia della televisione italiana cominciava così:

“Andiamo a vedere se Inter e Milan si ricordano che per noi, il derby, è ancora una cosa seria. Così hanno pensato in molti, circa 70 mila. E quando Paolo Casarin, mestrino di nascita ma milanese secondo legge calcistica, ha guidato l’entrata in campo, San Siro era bell’e pronto come ai bei tempi. Una festa soprattutto in onore di due beniamini, Rivera e Mazzola, forse alla loro ultima stretta di mano pubblica. Poi 90 minuti bruttissimi, un autentico derbycidio”.

Mentre la voce di Beppe Viola lo legge – lo speakera, si direbbe oggi –, scorrono le immagini a colori dei due “beniamini”, Rivera con i capelli a onda e la scrinatura e Mazzola stempiato con i baffi. Era il 27 marzo 1977, 40 anni fa. Il derby era finito 0 a 0, una delusione per tutti: per chi si aspettava il gol epico (fu veramente l’ultimo del capitano interista), per chi sperava in un riscatto della stagione (lo scudetto era un affare tra Juve e Toro) e per chi auspicava punti preziosi (il Milan era messo male). Invece niente: il “derby più brutto di sempre” diranno, e lo diranno anche per via di questo servizio matto, grottesco e fulminante, che la Domenica sportiva trasmise la sera stessa, cambiando (per sempre?) la narrazione sportiva in tv, sino a quel momento appannaggio dei tecnici, dei linguaggi formali, dei nandi martellini (comunque, chapeau). Il colpo di genio era venuto a questo giornalista della Rai di Milano, Beppe Viola: un fuoriclasse autentico, che infatti viveva marginalizzato.

Pensiero laterale

“Ho quarant’anni – ha scritto in una lettera che ha davvero mandato a tutti i vertici della Rai –, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo”. Chiaramente all’epoca non lo capivano: troppo fuori dal coro, troppo irriverente, poco allineato. Scriveva bene, giocava ai cavalli, faceva tardi la sera. Amava la sua famiglia ma anche i suoi amici, che – così, per inciso – si chiamavano Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Lino Toffolo, Massimo Boldi, Teo Teocoli, quelli del Derby. Scriveva anche canzoni, soprattutto per Jannacci: Tiro a campà, Rido, Vita, vita, …e allora andiamo. E per il cinema: Romanzo popolare di Monicelli, Cattivi pensieri di Ugo Tognazzi. Aveva humour – tanto, naturale – e non era uno da inchini ai direttori. “Tengo duro – ha scritto, sempre nella stessa lettera – per battere, sempre più modestamente, il primato mondiale di mancata carriera. Dalla mia assunzione ad oggi senza nemmeno un saltino. Sono convinto di essere recordman e questo mi rende orgoglioso”.

Il suo era un pensiero laterale, da fondo sala: così anche quel giorno di marzo di 40 anni fa si doveva essere detto che il solito servizio non poteva andare. E infatti, dopo l’attacco appena citato, passava al bianco e nero, e continuava così:

“Quando un appassionato di musica ritorna a casa deluso da un concerto che tanto prometteva, per rifarsi le orecchie sistema sul giradischi un pezzo classico: un espediente, insomma, che provveda ad un immediato riavvicinamento alla cosa amata. Noi, per rispetto dei 70 mila tifosi milanesi, abbiamo avuto più o meno la stessa idea, riaprendo l’album dei ricordi. Proponiamo un pezzo di cineteca, roba buona. È il 24 febbraio 1963; e per rimanere almeno in parte nell’attualità ricordiamo che era il primo derby di Sandro Mazzola. Lui debuttò così, con un gol dopo 13 secondi. Dall’altra parte Rivera, che aveva esordito tre anni prima, era già personaggio, per quei suoi passaggi che poi – più tardi – qualcuno definì immacolati. Inter e Milan a quei tempi si dividevano coppe e scudetti, San Siro era chiamata la Scala del calcio e i suoi attori, forse, tra i migliori del mondo. Chi si ricorda: David, Buffon e Altafini (…) e Mario Corso detto Mandrake: oggi era in tribuna, trascinato anche lui dalla vecchia passione e anche lui uno dei 70 mila delusi”.

Volendola leggere in maniera interpretativa, si tratta di un caso eclatante di immedesimazione con lo spettatore/tifoso, deluso dalla partita, che si ribella al calcio, alle logiche televisive, all’invecchiare dei suoi campioni. E sogna: sogna i tempi gloriosi (poi non così lontani), sogna Rivera e Mazzola ancora giovani, sogna il tempo che se n’è andato.

Viola amava Milano e il suo calcio: aveva fatto un’altra intervista leggendaria a Gianni Rivera sul tram numero 15, che è un po’ come portare Totti a fare una passeggiata in via del Corso. Prima domanda: “è una frase di Jannacci, dice che nessuno si occupa di quelli che prendono il tram: tu te ne sei mai occupato?”, che già basta a definire uno stile, un taglio, un mondo. E per carità, nemmeno va considerato il paragone con il giornalismo sportivo di oggi (o almeno la gran parte, dai), tutto concentrato sul “modulo tattico”, tutto appiattito su domande come “cosa si aspetta dalla prossima gara?”, e risposte alla “rispetto le decisioni del mister”.

Viola sta dalla parte dello spettatore, senza però perdere rigore e competenza:

“Il gioco era davvero il più bello del mondo. Guardate: sono di scena Suarez, Mazzola e Zaglio che viene messo a terra da Maldini. Gigi Radice protesta ma Lo Bello – ecco un altro pezzo di storia – è inflessibile come sempre. In assoluto silenzio Suarez batte sul palo il calcio di rigore. Poi l’Inter torna all’attacco con due cavali di razza: si chiamano Jair e, appunto, Sandro Mazzola. Ghezzi, detto kamikaze, se la cava alla grande. E Rivera, diranno i milanisti? Eccoli serviti: proprio da Rivera nasce il gol di quell’uno a uno. All’azione partecipano anche Radice, Altafini e Dino Sani che conclude”.

Il tempo si è fermato, i due campioni fanno ancora gol e impostano azioni, il calcio, dice appunto Viola, era il gioco più bello del mondo. Ma è un sogno che dura meno di tre minuti, il tempo di un servizio della Domenica sportiva. Poi le immagini tornano avanti, il derby torna quello tragico e sciapo del 1977, parte una musica di sottofondo che potrebbe essere drammatica e invece è triste: “Gianni Rivera e Sandro Mazzola: ve li riproponiamo a colori nell’ultima versione. La vecchia classe ha consentito loro di essere parzialmente coinvolti nel derbycidio di oggi”.

Quarant’anni dopo

Altra macchina del tempo: 40 anni dopo, marzo 2017, Rivera e Mazzola sono tornati in tv insieme, ospiti di Fabio Fazio: mettevano allegria, erano in forma, ridevano e ricordavano i vecchi tempi. Beppe Viola, invece, è morto cinque anni dopo quel pezzo incredibile, improvvisamente, mentre stava montando un servizio su un Inter-Napoli del 17 ottobre 1982. Fra poco saranno 35 anni: è sepolto a Lambrate, un bel quartiere antico di Milano.

“Una persona molto divertente, un vero giornalista”, dice Giorgio Terruzzi, oggi firma di talento anche lui dello sport e ieri ragazzo di bottega all’agenzia Magazine, dove Viola gli ha insegnato il mestiere. “Aveva un rigore e un’etica molto marcati, era pieno di naturale vivacità, con una prontezza straordinaria ad accogliere spunti, sapeva muoversi su piani diversi”. Per Terruzzi, Viola “è stato una sorta di babbo, lui che aveva quattro figlie femmine, che insieme alla moglie oggi sono ancora per me una famiglia”. Ma come ci siamo finiti così, ai telecronisti protagonisti con lo specchio in mano, al calcio raccontato solo con le iperboli senza senso e con le domande reggi-microfono? “Intanto negli anni è mancato un controllo professionale su questo mestiere”, spiega lui, uno che con le parole ci fa le montagne russe in ogni pezzo, ma sapendo cosa dice e cosa scrive. “Poi perché con questa valanga elettronica tutti si occupano di tutto, c’è uno scarico di responsabilità. E soprattutto perché non si legge più: uno che fa questo mestiere deve incrementare la sua cultura, sempre, anche se sembra che non gli serva nell’immediato. Viola leggeva tantissimo: Hammett, Chandler, e non solo. Oggi invece si ragiona così: devo scrivere della Juve e quindi imparo tutto sulla Juve. Ma non basta. Puoi leggere altro per scrivere di Juve”.

Alla Rai gira una petizione per fargli intitolare quella che è stata la sua stanza dentro la sede di Corso Sempione. La sostengono tanto anche quelli di Linus, rivista dove Viola per anni ha tenuto una rubrica: e quei pezzi sono raccolti in un libro prezioso, che si intitola Vite vere [come il nome della rubrica, ndr] compresa la mia, è edito da Quodlibet e mantiene la vecchia prefazione di Enzo Jannacci e una bella introduzione di Stefano Bartezzaghi. Due giorni dopo la morte, nel ricordarlo su Repubblica, Gianni Brera ha scritto: “Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli”.