Chi sono i protagonisti della rinascita della fiction italiana? Il nuovo Link cerca una risposta tra sceneggiatori, produttori e commissioner.

QUALCHE ANNO FA abbiamo deciso di pubblicare un numero di Link per raccontare il mondo della scrittura seriale. Era il 2013, il rinnovato successo delle serie televisive era ormai un fatto conclamato. Ai tempi si discuteva spesso del rapporto tra serialità e letteratura, e di fronte alla qualità raggiunta da alcuni titoli del panorama internazionale si era soliti ricorrere a questa scorciatoia per dare ragione dei sorprendenti progressi raggiunti dalla forma del racconto televisivo. È un fenomeno comune usare questo tipo di paragoni per accreditare forme espressive ritenute fino a quel momento “basse” tra i consumi culturali più evoluti. Con il tempo si è capito che le serie tv hanno un’autonomia creativa e industriale propria, ma quel paragone, per quanto improprio, ci ha dato l’occasione, con Serial Writers, di riflettere sul lavoro di scrittura, intervistando alcuni dei migliori showrunner in circolazione. Se è un’arte, ci dicevamo, è importante indagarne il processo creativo a partire dai suoi autori. A distanza di qualche anno, oggi sentiamo la stessa esigenza nei confronti della nostra serialità, della fiction italiana.

La produzione nazionale vive una stagione di trasformazione molto interessante. Gli epifenomeni di questo cambiamento sono molto noti: il successo internazionale di alcuni titoli, la crescita della scrittura e di un certo tipo di regia, il coraggio di mettere in scena personaggi controversi, quando non negativi, e comunque dotati di uno spessore psicologico non banale. Per quanto in passato le fiction di qualità non sono mancate, lo spettatore di serie complesse deve ammettere sempre più spesso che anche il nostro sistema televisivo è in grado di realizzare prodotti “che non sembrano italiani”. La presa di distanza dal modo tradizionale di fare fiction è una delle cose che abbiamo riscontrato più di frequente nel corso delle interviste raccolte in questo volume. Non sono tanto i broadcaster a dirlo, e nemmeno i produttori. Sono gli sceneggiatori che affermano con orgoglio: “abbiamo scritto una serie che volevamo vedere”. Sembra un paradosso, ma per anni gli sceneggiatori italiani hanno scritto storie che poi non avrebbero visto, sognando di realizzare titoli come quelli offerti dal mercato internazionale. Se oggi si sentono più protagonisti, grazie all’aumentato peso della scrittura nei prodotti nazionali, lo devono ai cambiamenti intercorsi nel mercato televisivo, alla frammentazione dell’offerta e dei consumi, all’evoluzione del gusto, oltre che ai loro meriti personali. Oggi i commissioner sono diversi e molteplici, alle reti gratuite si sono aggiunti Sky e Netflix, ma anche i produttori indipendenti sono cresciuti e hanno dato una forte spinta al cambiamento. Per questo, in Autori seriali, al fianco di interviste agli sceneggiatori, trovate quelle ai commissioner di Rai, Mediaset e Sky e ai produttori.

La domanda che abbiamo posto a tutti è questa: chi è l’autore della nuova fiction italiana? Chi può, a buon diritto, ritenersi il custode della coerenza estetica e narrativa dei mondi finzionali? Sullo sfondo di questi interrogativi, campeggia lampeggiante la scritta al neon “showrunner”: una figura, o più che altro un nome, ormai familiare anche in Italia, persino sulle pagine dei quotidiani. Chi fa la serie è lo showrunner, come chi fa il film è il regista. Anche questa è una semplificazione bella e buona, le serie come i film sono produzioni collettive, ma fa emergere una necessità: quella di avere un punto di vista unico sull’universo narrativo in costruzione. Qualcuno che tiri le fila, che riceva le richieste di tutti ma sappia fornirne una sintesi rispettosa della coerenza interna al racconto. Lo showrunner non ha qualità e compiti solo creativi, ma soprattutto gestionali. È uno scrittore, ma anche un manager. È una figura figlia del sistema tv americano, e quasi del tutto estranea al mondo televisivo europeo. Anche negli Stati Uniti la figura dello showrunner è piuttosto recente. Come scrive Jason Mittell in Complex Tv:

Per decenni, i producer che venivano identificati almeno in parte come i responsabili di una data serie sono stati: attori, come Bill Cosby (Fat Albert, I Robinson), Jerry Seinfeld (Seinfeld) e Tina Fey (30 Rock); registi, come Sheldon Leonard (The Andy Griffith Show, I Spy), Michael Mann (Crime Story, Miami Vice) e James Burrows (Cheers, Will e Grace); e producer esecutivi, ai quali non veniva attribuito alcun ruolo di produzione creativa, come Aaron Spelling (Charlie’s Angels, Beverly Hills 90210) e Quinn Martin (Il fuggitivo, Le strade di San Francisco).

Solo di recente si è codificato il ruolo di showrunner, spesso il creatore della serie che realizza, capo della writers’ room, produttore esecutivo, talvolta persino regista di alcuni episodi. Oggi in Italia ci troviamo un po’ nella situazione descritta da Mittell, in cui l’autore della serie è di volta in volta un soggetto diverso: il produttore, lo scrittore, il regista, con un peso variabile del commissioner. Ma questo non deve lasciare pensare che si tratti solo di una questione di tempo, il naturale evolversi del mercato, prima che anche in Italia e in Europa si installi definitivamente la figura dello showrunner. Ci sono infatti differenze essenziali nel processo industriale che è bene mettere in chiaro.

Negli Stati Uniti il sistema di produzione più consueto è quello del deficit financing, in cui il produttore corre un rischio imprenditoriale molto alto. In questo sistema il network copre circa due terzi dei costi di produzione con il pagamento di una license fee; il resto, il deficit, è coperto dallo studio, che recupera i costi sostenuti con la vendita sui circuiti secondari e con l’estero. Il produttore può così rischiare svariati milioni di dollari per ogni titolo che produce, e in cambio ha una maggiore autonomia creativa e la possibilità di godere dei ricavi a lungo termine dei titoli di maggiore successo. In Italia le cose funzionano molto diversamente. Nella maggior parte dei casi è il broadcaster a finanziare il 100% della produzione. Lo “studio” rischia poco o nulla, ma in cambio non possiede i diritti dell’opera che realizza e ha un’autonomia creativa che dipende dall’umore del broadcaster. Tale modello è più o meno stabile, anche se negli ultimi anni, grazie anche al coraggio di alcuni produttori indipendenti come quelli ospitati in Autori seriali, e alla voglia dei commissioner di avere prodotti-evento dal profilo internazionale, il modello delle coproduzioni estere ha introdotto un primo cambiamento, soprattutto nell’approccio dei produttori al mercato. Anziché dipendere dal solo broadcaster, il produttore rischia di suo per realizzare titoli forti appetibili all’estero.

Il tema dell’autorialità in Italia è pertanto una questione che nasce da equilibri mutevoli e dialettici tra le figure del commissioner, del produttore e del creatore della serie. Ma è indubbio che in questo scenario mutato il peso degli sceneggiatori è cresciuto, le loro rivendicazioni di maggiore riconoscimento e tutela appaiono legittime. Come afferma in questo volume Stefano Bises, lo sceneggiatore:

è quello che immagina non solo la storia, ma l’ambientazione, le atmosfere, i toni. Il regista ha in mente tutta la serie, ma nessuno la conosce bene come lo sceneggiatore. Quelle sceneggiature, prima di arrivare alla forma definitiva, sono passate dieci o dodici volte per le mie mani. E allora è facile che io abbia la temperatura precisa di ogni passaggio.

Per questo gli sceneggiatori chiedono di essere più coinvolti in ogni fase del processo produttivo: nella scelta delle location, nel casting, durante il montaggio. La loro presenza sul set può essere di grande aiuto alla produzione e al regista per far fronte agli imprevisti che impongono di mettere mano alle sceneggiature. Ma questa richiesta di maggiore potere comporta la concreta assunzione di maggiore responsabilità. Gli sceneggiatori che abbiamo intervistato sono tutti, chi più chi meno, testimoni di questo processo virtuoso. Si sono guadagnati sul campo questo privilegio, perché oggi di privilegio ancora si tratta, grazie alle esperienze maturate nella loro carriera. Non c’è una scuola che formi lo sceneggiatore al saper fare, che gli faccia conoscere in prima persona il lavoro delle altre figure presenti sul set, dal responsabile casting al regista, o in sala di montaggio. Chi come Stefano Bises, Daniele Cesarano, Claudio Corbucci, Ivan Cotroneo, Ludovica Rampoldi, Barbara Petronio e Leonardo Fasoli ha avuto il merito di svolgere il lavoro dell’head writer, di creare una serie e di seguirla lungo tutto il suo percorso produttivo, lo ha fatto perché si è ingegnato a lungo per fare esperienze diverse e per rubare il mestiere degli altri. Compreso quello del produttore.